Come parlamentare abruzzese e coordinatore regionale del principale partito di maggioranza ho colto la sua analisi critica come uno stimolo da meditare e tenere in doverosa considerazione. Ma proprio nell'ottica costruttiva del confronto sento il dovere di aggiungere qualche istantanea alla rappresentazione di una realtà le cui tinte sono meno fosche di quanto talvolta possa apparire.
Lei ha sostenuto, direttore, che a mancare non sia la buona volontà ma la strategia, e che questa carenza sarebbe essenzialmente il sintomo di un problema di leadership. Potremmo discutere a lungo sui vari modelli di leadership e sui diversi modi di interpretarla, e confrontarci sulla capacità dell'attuale classe dirigente abruzzese di rispondere alle esigenze di un territorio piombato in una notte in una fase drammatica della sua storia senza che comunque la morsa della crisi internazionale si sia per questo fatta meno incalzante. Non bisognerebbe però mai perdere di vista il fatto che la leadership è anche e soprattutto un'attribuzione che si esercita, quotidianamente e ad ogni livello, senza tralasciare la proiezione esterna ma badando in primo luogo alla sostanza e a ciò che di concreto si realizza per il bene comune.
E allora, chiediamoci se è davvero così secondario e strategicamente insignificante che l'Abruzzo possa contare su una classe parlamentare attrezzata e consapevole, che magari ha comunicato male ma di certo ha lavorato meglio di quanto non abbia saputo comunicare, e per la prima volta dopo decenni è stata in grado di superare contrapposizioni e partigianerie per collaborare al raggiungimento di importanti obiettivi, dai fondi per la ricostruzione al riconoscimento dello stato di calamità per l'alluvione, dagli stanziamenti per le infrastrutture alle politiche fiscali, alla zona franca, e l'elenco sarebbe ancora lungo. Chiediamoci se il difficile percorso di risanamento del buco nero sanitario intrapreso dal presidente Gianni Chiodi con grandi sacrifici e il coraggio di decisioni impopolari, nonostante il dramma del terremoto e l'emergenza della ricostruzione, e la fuoriuscita dell'Abruzzo dal novero delle cosiddette "regioni canaglia" non rappresenti per la classe dirigente regionale una dote consistente con la quale presentarsi di fronte al giudizio. Chiediamoci, infine, se il metro con il quale misurare l'incisività della dialettica con il governo nazionale, con chi detiene i cordoni della borsa e su tante materie anche le leve del comando, sia davvero quello impressionistico delle esibizioni muscolari, delle urla e degli strepiti, più adatti a finire sui giornali o a scaldare un comizio che non a ottenere risultati, o non sia forse quello della credibilità che significa compostezza nei toni e fermezza nei contenuti.
Caro direttore, il centrodestra ha dovuto affrontare in Abruzzo, in termini di eredità ricevuta e di emergenze sopraggiunte, una situazione che definire difficile sarebbe un pallido eufemismo. Sul terreno del rigore la nostra classe dirigente ha saputo dimostrarsi all'altezza. Ora comincia la seconda fase, quella delle riforme strutturali e della progettualità di ampio respiro. Su questi temi saremo lieti di confrontarci e riconoscenti per gli stimoli anche critici con i quali importanti voci del mondo produttivo, della società civile e dell'informazione vorranno pungolarci. Fra queste voci siamo certi di trovare il Centro, di cui sotto la guida di Luigi Vicinanza avevamo imparato a conoscere l'autorevolezza, la correttezza e la capacità di critica anche severa ma mai preconcetta o strumentale. Mi consenta dunque, direttore, di cogliere l'occasione per darle il benvenuto in Abruzzo anche a nome della classe dirigente della forza politica che rappresento, nella certezza che il nuovo corso inaugurato dal suo arrivo restituirà a questo quotidiano l'autorevolezza e la correttezza di cui sappiamo essere capace. Benvenuto in Abruzzo.