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Data: 03/07/2011
Testata giornalistica: Il Centro
Lo sfogo di Cialente: all'Aquila è tutto fermo. Il sindaco lancia un avvertimento: chi non vuole bene alla città dovrà fare i conti con me

Subito case a chi non ce l'ha prima che scoppi una bomba sociale e poi aprire cantieri nel centro storico

L'AQUILA. Solo, schiaffeggiato. Ma anche convinto che la Storia darà ragione a chi, come dice di aver fatto lui, in questo tempo si è speso per la sua gente. Il sindaco Massimo Cialente, a 27 mesi dal sisma e a 9 dalla scadenza naturale del mandato, rilegge il film della città ancora da ricostruire.
In nove mesi nasce un bambino. Ma Cialente oggi non sembra molto ottimista.
«Avevo in mente un film diverso. Uno scadenzario di tempi e idee chiari» dice il primo cittadino «il problema oggi è: ricostruire quello che si può. Così come avevamo completato le case B e C andavano fatte le E, quelle con danni strutturali, della periferia. Si dovevano terminare entro il 2010 ma qui non partono i cantieri. Questo ha provocato una bomba sociale. Se non ci saranno case scoppieranno incidenti. Secondo punto: il centro storico, in tempi rapidi. Poi il progetto di città».
Un progetto che molti gli chiedono da tempo e insistentemente.
«Ora lo tiro fuori» dice convinto «sto scrivendo. Ma prima però cittadini, progettisti, commissari si assumano la responsabilità di risolvere il problema vero: quello della paralisi totale. Non si muove una gru. Mi si dice che il famoso progetto pilota di piazza della Prefettura per cui pure il governo si è mosso è stato portato a Fintecna ma è irricevibile: lacune normative gravissime. Questo è il nodo: è tutto fermo».
Per il sindaco progetto di città significa molte cose e le elenca quasi con puntiglio: «Gran Sasso, turismo e università. Penso a un grande parco nell'area fluviale dell'ex aeroporto di Bagno. E a due impianti di risalita a Montecristo da fare subito. Ma» continua tornando con i piedi per terra «per le case stiamo perdendo minuti preziosi. La gente sta fuori e noi buttiamo milioni di euro in assistenza. E la risposta? Gettare tutti in mezzo a una strada dicendo che sono problemi sociali. Ma sono o no scatenati dal terremoto?»
Dove trovare le case che mancano? Cialente ha pronta la risposta: «Dal Fondo immobiliare. Non lo vogliono completare, la struttura commissariale si rifiuta. Mancano 150 appartamenti. Con 17 milioni si compravano le case. Io continuo a spingere. Se arriva un'altra lettera dalla Struttura per la gestione dell'emergenza agli sfollati: "entro pochi giorni vattene" io m'incateno coi cittadini e chiamo le truppe Nato come i ribelli contro Gheddafi. Ora basta con tutti. Reluis e Cineas non funzionano. Se lo dico cerco la rissa, come scrivete sui giornali. Io invece sollevo problemi. Sui ritardi si dà la proroga ma nessuno risponde alla domanda di chi è la colpa: amministratori di condominio, progettisti, filiera, Cialente, Di Stefano. Lo dico da medico. Se trovi uno con la febbre non te la pigli col chirurgo, la caposala. Curi il sintomo. Qui non lo vogliono fare, perché c'è un braccio di ferro politico-partitico. Io ne sto fuori e sono pronto a chiamare a raccolta gli aquilani veri, pronti ad arrabbiarsi. Camponeschi chiuse le porte per non far uscire gli aquilani nel 1703 e li costrinse a ricostruire: è vero o no? Stavolta si dovevano chiudere le porte lo stesso? Per non far uscire i nostri o per non far entrare gli altri?».
E i problemi che il primo cittadino elenca sembrano infiniti: «I soldi non arrivano. Quello che è successo qui non ha precedenti. È come la guerra. Le nostre vite sono comunque segnate. Ma ognuno dovrebbe fare il proprio dovere. Non mi costringe nessuno a fare il sindaco. Potrei andarmene domani. Nessuno è pagato per stare qua, ad assumersi responsabilità, firmare e trovare soluzioni e non certo a fare campagna elettorale. Ora anche la destra vuole le primarie: sono contento. Vanno fatte per tutto, Provincia e Regione. Primarie, primarie, primarie. Ma fatte bene. Bisogna regolamentarle. Tempesta (l'ex sindaco ndr) disse che alle mie votò gente di destra. Poi, chi vince va lasciato fare. Non come accade oggi che chi perde rende impossibile il governo di una città».
Quello dei presenti e assenti sul registro presenze del sisma è un sassolino che Cialente vuole togliersi.
«A parte Lolli e i senatori, Lusi e Legnini, gli altri chi li ha visti? Lo stesso Piccone mi sarei aspettato che fosse sempre qui. Lo chiamo al telefono, sì. Ma s'è visto poco».
Non sembra molto appassionato almeno per ora al dibattito sul futuro della città. «Un sindaco» afferma «deve concretizzare. Di gente che spara cose ne ho sentita tanta: meteore. Sull'idea di città si gioca il voto, che coincide con quello del governo. Chiedo anche ai miei, a Bersani: che ruolo vuoi per gli enti locali nella ricostruzione? Se mi ricandido, risponderò ai miei cittadini».
Anche sull'idea di città diffusa Cialente ha qualcosa da dire: «Miei amici, grandi intellettuali, parlano di città diffusa. Ma la biblioteca a Bazzano non mi va: deve tornare in centro. Ho detto no ai campus fuori città. Pensate, è tornata la movida. Embe'? È il modo per tenerla viva».
Eppure accade che palazzi storici, come le Poste, mettono su il cartello vendesi.
«Sì l'ho letto sul Centro. Voglio capire, perché so che si stanno vendendo molti palazzi. Che nessuno pensi che il Comune, almeno finché ci siamo noi, sia un juke-box per cambi di destinazione d'uso e quant'altro. Mi stupisce la scelta di Poste. È un atto istituzionale irriguardoso» dice con voce ferma «il piano di ricostruzione avrebbe permesso molti imbrogli: compri casa e fai l'agriturismo. Ecco perché passerà tutto in consiglio. Quello che si può rifare com'è, si rifaccia subito. Per Villa Gioia e Valle Pretara, riqualificazione. I cittadini non vadano dietro alle sirene dei progettisti. La città va tutelata dall'abusivismo».
C'è poi il nodo dei rapporti con Gianni Chiodi, il commissario per la ricostruzione. A leggere le cronache è uno scontro continuo.
«Io non litigo» precisa «rilevo problemi. Chiedo solo chiarezza istituzionale. È la prima volta in Italia che c'è un così lungo commissariamento: 3 anni. Il Comune deve farsi carico di tutte le incombenze e razionalizzare il personale. Il Tar mi dice che la gente dalle case la devo cacciare io, ma l'istruttoria la fanno altri. Io questa legge non l'applico più».
Nelle parole del primo cittadino c'è anche un po' di autocritica.
«Errori? Eccoli. Primo: non aver capito subito, al passaggio di consegne, che così la struttura commissariale non avrebbe funzionato. Altro sbaglio: non ribellarmi alle ingiustizie della Protezione civile che dava la colpa di tutto al Comune. Eppoi, le dimissioni. Dovevo darle prima e portare, oggi, tutti alle urne: un maxi-referendum sulla struttura commissariale. A mia discolpa dico: sono stato solo. A chi in campagna elettorale verrà a fare comizi qui dirò: dov'eri quella notte e dove sei stato finora. L'unico al quale non potrò dire niente è Gianni Letta. Con gli altri, nessun problema. Li sfido. Pure gli aquilani. Da che parte stai? Per chi ti sei battuto? E i progetti li hai presentati? Hai denunciato chi ti ha ostacolato? Non basta dire che il sindaco litiga. Voglio confronti pubblici. Ho la coscienza a posto, io».

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