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Data: 04/07/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
La manovra economica - Il Quirinale sulla manovra «Il testo non è arrivato». Il provvedimento per l'economia è stato licenziato giovedì dal governo

Affondo di Bersani: paghiamo tre anni di menzogne

ROMA - Approvato giovedì in Consiglio dei ministri, il testo della manovra finanziaria del governo, ancora ieri, non era riuscito a percorrere le poche centinaia di metri che separano palazzo Chigi dal Quirinale. A darne notizia è stato lo stesso capo dello Stato con una stringata ma eloquente nota in cui «si precisa che a tutt'oggi la presidenza del Consiglio non ha ancora trasmesso al Quirinale il testo del decreto legge».
La nota del Colle - che ha acuito i timori dell'opposizione che dietro il ritardo del governo vede il tentativo di introdurre nella manovra nuove e sgradite misure dopo quelle già indigeste su pensioni ed enti locali - si è resa necessaria, come spiega lo stesso documento, «poiché molti organi di informazione continuano a ripetere che la manovra finanziaria approvata dal governo nella seduta di giovedì scorso sarebbe al vaglio della presidenza della Repubblica già da venerdì». Giorgio Napolitano, in altre parole, è ancora in attesa, come i leader dell'opposizione e i semplici cittadini, di conoscere cosa sia veramente contenuto nella manovra. Infatti, è il segretario del Pd Bersani ad osservare che «il Quirinale dice le cose come stanno. Non è una novità. Al Consiglio dei ministri arrivano documenti che poi vengono ampiamente rimaneggiati e a volte arrivano addirittura cartelline vuote. Questa manovra - aggiunge il leader democrat - verrà fatta in venti giorni, con un voto di fiducia preteso da un governo che non ha più la fiducia degli italiani». Quanto alla politica economica del governo, Bersani attacca: «Stiamo pagando tre anni di menzogne. I tagli verranno fuori uno alla volta, pensioni, sanit, enti locali, tasse. Alla fine sarà un massacro: tutto in carico al sociale e senza neppure una virgola sul tema della crescita».
Da tutt'altra posizione, in relazione a quella che sarà la stesura definitiva del decreto governativo, il presidente del Senato, Renato Schifani, in un'intervista, ha invitato a «non considerare la manovra come un totem intoccabile. Senza essere stravolta - ha affermato la seconda carica dello Stato - può essere corretta in via parlamentare, mi auguro anche con il contributo dell'opposizione». Appello che è stato subito raccolto dalla presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, la quale giudica positivamente che il presidente del Senato «si proponga garante di un confronto reale. La nostra disponibilità al confronto non è mai venuta meno in Parlamento. Io credo però - aggiunge l'esponente democrat - che l'appello al confronto costruttivo andrebbe rivolto più esplicitamete al governo, che in tre anni di legislatura raramente ha perseguito questo obiettivo. Vorrei ricordare a Schifani - dice ancora Anna Finocchiaro - il numero dei voti di fiducia a cui siamo stati costretti e che sulla manovra lo stesso presidente del Consiglio ha già annunciato una nuova fiducia».
I ritardi nella definizione dei contenuti della manovra, inequivocabilmente sottolineati dalla nota del Quirinale, fanno sospettare inoltre a più di un esponente del Pd che il governo - come dice il senatore Francesco Ferrante - sia «alle prese con un work in progress» destinato, secondo «fonti qualificate» a reinserire nell'ultima versione del decreto «la norma che toglie fondi alle energie rinnovabili, fortemente voluta dal ministro Calderoli e che il Consiglio dei ministri aveva cassato per la decisa opposizione del ministro dello Sviluppo Romani». Se così fosse, sostengono al Pd, «sarebbe un atto di forza gravissimo, che rimetterebbe tutto di nuovo in discussione, togliendo ogni certezza agli investitori, colpendo un intero comparto industriale nazionale e danneggiando la credibilità del nostro Paese di fronte agli investitori internazionali».
L'incertezza sui reali contenuti della manovra fa dire, a sua volta, al vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, che quello del governo «è il solito gioco delle tre carte», dove «quella vera, probabilmente, la conosce solo Tremonti». «In realtà - osserva l'esponente finiano - questa è una manovra sostanzialmente inutile perché fatta di annunci e che rinvia le scelte di fondo al 2013 e al 2014». E questo perché, conclude Bocchino, «il governo è incapace di avere una linea chiara e netta per tagliare davvero la spesa pubblica improduttiva, ridurre le tasse e aiutare l'occupazione».
Ritocchi a quello che è apparso essere il testo del decreto circolato finora, vengono auspicati anche da esponenti della maggioranza come l'esperto previdenziale del Pdl Giuliano Cazzola: «Sui tagli alla rivalutazione delle pensioni - dice il vicepresidente della commissione Lavoro della Camera - sarà opportuno trovare, magari al Senato, in sede di conversione del decreto, come ha lasciato intendere il presidente Schifani, soluzioni più equilibrate». Secondo Cazzola si potrebbe, infatti, «esonerare dal blocco anche la fascia delle pensioni comprese tra le tre e le cinque volte il minimo», e cioè i trattamenti fino a 2380 euro.

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