ROMA È finalmente arrivato al Quirinale il decreto legge che contiene la manovra da 47 miliardi; nel testo finale non ci sono i due commi che avrebbero tagliato del 30 per cento le voci delle bollette usate per finanziare le energie rinnovabili ma anche altre finalità come il decommisioning nucleare o il bonus energia alle famiglie povere. Ma perché questo esito fosse certificato è servita una precisazione informale di Palazzo Chigi, dopo che già i ministri Romani e Prestigiacomo avevano dovuto smentire una versione del provvedimento che al contrario conteneva la misura fortemente voluta dal ministro Calderoli.
Ora il testo andrà in Gazzetta ufficiale e sarà trasmesso al Senato per la conversione in legge. A questo punto eventuali modifiche potranno essere fatte a Palazzo Madama, nel corso di un esame che sarà necessariamente rapido: il governo intende ottenere l'approvazione definitiva, probabilmente con un doppio voto di fiducia, al massimo nei primi giorni di agosto.
Naturalmente per il ministero dell'Economia l'imperativo categorico sarà mantenere invariati i saldi, che dovranno permettere di centrare nel 2014 l'obiettivo del pareggio di bilancio concordato con l'Unione europea. Dunque tutte le modifiche dovranno trovare adeguata copertura finanziaria.
Difficilmente tra le correzioni possibili potrà rientrare un ripescaggio del meccanismo taglia-bollette. Ieri nel suo comunicato il ministro dello Sviluppo economico ha ricordato di essersi opposto alla novità nel Consiglio dei ministri di giovedì, argomentando tra l'altro che l'effetto di riduzione delle bollette sarebbe stato del 3 per cento a fronte della necessità di finanziare per altra via una serie di spese necessarie, oltre agli incentivi alle energie rinnovabili. Contro i due commi di Calderoli (il ministro leghista ne aveva parlato anche al raduno di Pontida) si era schierata l'opposizione, insieme alle associazioni industriali di settore.
Altro tema caldo è quello previdenziale. I sindacati ma anche settori della stessa maggioranza chiedono che sia rivista la parte del decreto che limita la rivalutazione delle pensioni a partire dai 18.500 euro annui lordi. A provvedimenti di questo tipo hanno fatto ricorso vari governo precedenti pressati dalla necessità di fare cassa, ma stavolta l'operazione fa più male perché incide (con un adeguamento al costo della vita limitato al 45 per cento) già su trattamenti non particolarmente alti. Sulla fascia di pensione al di sopra dei 31.000 euro l'anno poi (cinque volte il minimo dell'Inps) la rivalutazione è totalmente cancellata. È possibile che il Senato riveda il meccanismo salvando le pensioni medie e penalizzando in misura ancora maggiore quelle più alte.
In materia di fisco, ulteriori inasprimenti sono stati introdotti nella versione finale del testo. L'aumento del bollo sul deposito titoli, che passa immediatamente da 34,20 a 120 euro l'anno, proseguirà nel 2013 quando si pagheranno 150 euro per i depositi sotto i 50.000 euro e 380 per quelli al di sopra di questa soglia. È stata resa più penalizzante anche la norma sugli ammortamenti dei beni gratuitamente devolvibili, quelli che una società concessionaria restituisce al concedente dopo averne sostenuto gli oneri. La prima versione del decreto limitava il relativo ammortamento finanziario al 2 per cento l'anno, nell'ultima si parla di 1 per cento: vuol dire che servirebbe una concessione di cento anni per ammortizzare i beni. Con le norme attuali invece l'ammortamento è legato alla durata della concessione.
Un'altra novità dell'ultimo minuto è l'introduzione di una ritenuta del 5 per cento sugli interessi corrisposti a soggetti non residenti, se questi servono a finanziare il pagamento di interessi e altri proventi su prestiti obbligazionari. Sull'Irap è confermata la stratta che penalizza le banche (la loro aliquota passa dal 3,9 al 4,65 per cento) ma soprattutto le assicurazioni: per queste ultime l'aumento è di due punti percentuali, dal 3,9 al 5,9.
Infine è stata modificata la norma sull'Ice, l'istituto del commercio estero: con la soppressione le sue funzioni e le strutture in Italia passeranno al ministero dello Sviluppo economico, che quindi rispetto alla prima versione del decreto manterrà un maggior ruolo di coordinamento; il personale all'estero opererà invece nella rete dele ambasciate e sarà quindi trasferito al ministero degli Esteri.