Iscriviti OnLine
 

Pescara, 14/04/2026
Visitatore n. 753.121



Data: 09/07/2011
Testata giornalistica: Il Tempo d'Abruzzo
Provincia, quanto ci costi «Enti ormai indifendibili» Per Carlo Costantini (Idv) il tempo di abolirli è già scaduto A Pescara si sono spesi nel 2010 oltre quaranta milioni di euro

PESCARA Una "casta" che rallenta un sistema politico già pachidermico per natura. E un dibattito che da tempo infiamma i salotti della politica senza mai giungere a una conclusione pratica. È inutile negarlo: in tempi di crisi economica, la vera svolta per recuperare crediti e credito nei confronti degli italiani è quella drastica dei tagli. Ma l'accetta deve anche vibrare il suo colpo verso quegli enti fin troppo dispendiosi. Il caso più eclatante è quello delle Province. Snocciolando i numeri ad esempio di quella di Pescara, provincia tipo per l'Abruzzo, se ne ha una vera e propria conferma. Nel 2010 è costata alle tasche dei residenti più di 40 milioni di euro. Per la precisione la spesa corrente annua è stata di 35.357.588,23 euro a cui aggiungere l'erogazione per il rimborso prestiti di 5.606.889,46 euro. Togliendoci i 13.803.282,86 destinati al pagamento del personale, la somma restante è di poco più di 26 milioni. Da questa quota si attingono 9.183.893,47 euro per i "costi della politica", ovvero per il consiglio, la giunta, i gettoni di presenza, i rimborsi dei dipendenti e costi come quelli relativi alle strade provinciali; 1.110.554,24 euro per imposte e tasse e 3.690.870,51 euro per i trasferimenti. Inoltre la Provincia di Pescara lo scorso anno, in base alla relazione tecnica della gestione finanziaria economica patrimoniale, ha speso 8.577.076,12 euro per l'acquisizione di beni immobili, 288.081,23 euro per comprare macchine e attrezzature tecnico-scientifiche e 121.327,28 euro per incarichi professionali esterni. Tra i capitoli rientranti nelle spese si vede anche un esborso di 5.087.890,71 euro per le funzioni riguardanti la gestione del territorio; più di 3 milioni per l'istruzione pubblica e più di 3 milioni e mezzo per le funzioni generali di amministrazione, gestione e controllo. È da numeri come questi che parte la battaglia de Il Tempo per l'abolizione delle Province. Una campagna che da nazionale diventa anche regionale, come dimostra dapprima l'adesione incondizionata di un leader politico nazionale come è Antonio Di Pietro e successivamente quella dell'esponente regionale Carlo Costantini. «Forse dieci o venti anni fa non lo erano, ma oggi le Province sono diventate indifendibili - asserisce Costantini, capogruppo Idv alla Regione Abruzzo -. In passato non lo erano perché, in assenza dei tantissimi strumenti per l'esercizio in forma associata delle funzioni amministrative offerti dal legislatore statale negli ultmi anni, le Province esercitavano una qualche funzione di raccordo e di rappresentanza dei Comuni, nei rapporti con le istituzioni superiori, come lo Stato e le Regioni. Oggi - continua Costantini - però con gli Ato le società pubbliche, le unioni, le convenzioni, i consorzi, i Comuni scelgono da soli come organizzarsi e non hanno più alcuna necessità di rivolgersi alle Province. E ben potrebbero organizzarsi anche da soli per assicurare l'asfalto su una strada provinciale o per eseguire le manutenzioni di un edificio scolastico o per esercitare le poche funzioni amministrative che restano alla Provincia». Secondo l'esponente dipietrista «chi le difende dovrebbe poi rivelare in concreto quanti cittadini hanno necessità di rivolgersi alla Provincia e per quale motivo, quei pochi che ci vanno sono costretti a cambiare palazzo e non possono trovare le stesse risposte nello sportello del Comune. La verità è che i tempi cambiano - asserisce - e la politica deve adeguarsi, rinunciando a ogni forma di rifiuto ideologico al cambiamento. Se la soppressione delle Province ci consente di lasciare 50,00 euro nelle tasche di un pensionato, con i tempi che corrono non possiamo pensarci neppure un momento. Non abbiamo alternative, anzi dobbiamo dirci con chiarezza che le Province sono solo l'inizio. Il passaggio successivo sono i Comuni, che non devono di certo chiudere - conclude -, ma devono cominciare a sposarsi, perché a vivere insieme si risparmia molto, sull'affitto, sulle bollette, sui servizi, sulla benzina, mentre a vivere separati si spende almeno il doppio». Per tutti questi motivi l'esponente dell'Italia dei Valori plaude all'iniziativa de Il Tempo che dalle sue colonne ha lanciato la petizione per raccogliere 50.000 firme, la soglia necessaria per procedere all'abolizione.

www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it