Un'analisi della Uil raffronta la prima trimestrale Istat 2011 con i dati degli ultimi tre mesi del 2010
PESCARA. C'è il popolo dei disoccupati, poi quello dei cassintegrati e infine il popolo degli scoraggiati a esaminare nel dettaglio i dati Istat della prima relazione trimestrale 2011. Una controanalisi suggerita dal segretario della Uil Abruzzo, Roberto Campo.
Contributo che non vuole essere polemico con i commenti, spesso ottimistici, che guardano il bicchiere mezzo pieno della questione lavoro in Abruzzo. Certo che il caso non sembra affatto chiuso, ed è testimoniato dal divario netto tra come eravamo prima della grande crisi del 2008 e come si presenta oggi l'economia regionale.
Alcuni dati per chiarire lo stato delle cose: in Abruzzo, nel 2008, lavoravano 518mila persone, oggi sono ventimila in meno (498mila). E se l'Italia ha perso a causa della crisi il 2,2 per cento dei suoi occupati, l'Abruzzo ha dovuto rinunciarne al 3,8. La più penalizzata è la provincia di Chieti, seguita a ruota da quella di Pescara. Così, se è vero che il confronto tra primo trimestre 2011 e primo trimestre 2010 è positivo per l'occupazione (+7mila), l'altalena dei dati dovrebbe indurre alla prudenza quando il confronto tra primo trimestre 2011 e quarto trimestre 2010 consegna un - 7mila per nulla rassicurante. «La verità è che si tende a enfatizzare dati che andrebbero contestualizzati», osserva Campo. Dall'analisi Uil, emerge poi un dato nuovo che dà conto del popolo degli scoraggiati. Si parla qui del tasso di attività, che tra il 2008 e il primo trimestre 2011, è sceso in Italia di 1,3 punti (da 74,4 a 73,1) mentre in Abruzzo il calo è stato più marcato: 2,8 punti (dal 75,1 al 72,3). Quanto ai cassintegrati, la situazione non è meno controversa con l'Abruzzo che resta al vertice della classifica nazionale. «Il lavoro in Abruzzo è un problema molto serio», riprende Campo, «con un tasso di disoccupazione tornato sopra la media nazionale, sia pure di poco e un tasso di attività sceso più che nella media nazionale. Segno che il fenomeno dello scoraggiamento nella ricerca del lavoro pesa qui in modo significativo».
Per la Uil, la fine della recessione non significa automaticamente fine dei problemi. «Ripresa e occupazione non marciano necessariamente insieme», rimarca Campo, «e l'esito più probabile, se non riusciamo a intervenire su investimenti, incentivi all'occupazione stabile, formazione e riforme, è il passaggio dalla fase acuta a quella cronica della crisi».