PALERMO - Il ministro delle Politiche agricole Saverio Romano, di Popolo e territorio, comparirà a breve davanti al giudice dell'udienza preliminare che deciderà se rinviarlo o meno a giudizio per rispondere di concorso in associazione mafiosa. Il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci ed il Pm Nino Di Matteo hanno ottemperato ieri alla richiesta di imputazione coatta del ministro avanzata dal gip Giuliano Castiglia, pur in difformità rispetto alla richiesta di archiviazione della pubblica accusa. Una posizione, questa, motivata con l'insufficienza di prove per ottenere una condanna in dibattimento.
Anche questo passaggio processuale ha subito acceso un vivace dibattito in sede politica. Se Bossi si trincera dietro a un minaccioso «ho visto, ma non voglio parlare», a sinistra si chiede al ministro di rassegnare immediatamente le dimissioni, evocando una mozione di sfiducia. Lo stesso Gianfranco Fini ha puntato il dito sulla questione morale nel Pdl. «Il neo segretario Alfano andrà giudicato sui fatti», premette, «se parla di partito degli onesti cosa farà sulle richieste di arresto per due deputati del Pdl che pendono alla Camera? E un ministro della Repubblica accusato di reati gravissimi rimane ministro?». Per Fini si tratta di «questioni di opportunità, e non di leggi».
Secca la replica di Romano alla richiesta di dimissioni: «Non ne vedo il motivo», e punta il dito contro quello che definisce «un corto circuito istituzionale, che riguarda da un lato chi ha condotto le indagini e chi, dall'altro, le ha severamente sanzionate». Quanto a Fini, quello del presidente della Camera, contrattacca, «è stato un intervento inopportuno», che va letto come «una vendetta politica» da chi «ha favorito familiari» e adesso «interviene a gamba tesa» con parole che non può usare «che svolge ruoli di terzietà».
Frattanto i difensori di Romano, Franco Inzerillo e Raffaele Bonsignore, stanno valutando se ricorrere (come sembra probabile) al rito abbreviato, optando dunque per il processo «allo stato degli atti» e cioè sulla base degli elementi ritenuti insufficienti dalla Procura per sostenere utilmente una richiesta di condanna. Davanti al gip, infatti, i pm si erano detti certi di poter provare la vicinanza e la disponibilità del politico verso la mafia, ma di avere poche prove per dimostrare che questi abbia dato un apporto concreto e specifico all'organizzazione: elementi che la giurisprudenza esige per provare il reato di concorso. Inoltre un'eventuale assoluzione ottenuta con il rito abbreviato metterebbe una pietra tombale sulle accuse, anche nel caso in cui emergessero a posteriori nuovi elementi.
Ma l'accusa di concorso in associazione mafiosa non è la sola con la quale Romano deve fare i conti. Il ministro è anche indagato a Palermo per corruzione aggravata (presunte tangenti delle quali ha parlato Massimo Ciancimino) e il gip si appresta a chiedere al Parlamento l'autorizzazione all'utilizzo delle intercettazioni che riguardano la vicenda. L' accusa di concorso con la mafia si basa su una serie di episodi che partono dal 1991. «Nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale - scrivono i magistrati nella richiesta di rinvio a giudizio - Romano avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno ed al rafforzamento dell'associazione mafiosa, intrattenendo, anche alla fine dell'acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell'organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandalà e Francesco Campanella». E ad Angelo Siino (il «ministro dei Lavori pubblici» di Riina che poi si pentì), Romano «nella piena consapevolezza del ruolo di spicco da lui svolto in cosa nostra, in concorso con Salvatore Cuffaro, chiese sostegno elettorale per le regionali del 1991». Al ministro viene fatto inoltre carico di ottenere in sede di partito e d'intesa con Totò Cuffaro, la candidatura alla Regione di Domenico Miceli, che gli era stata caldeggiata dal boss Guttadauro, e di Giuseppe Acanto «nella consapevolezza di esaudire desideri della famiglia mafiosa di Villabate».