ROMA Quarant'anni non bastano. Per chi iniziava a lavorare magari molto giovane, un tempo era questo l'arco massimo della carriera professionale. Da un po' di tempo non è più così, e la manovra ha ulteriormente spostato in avanti la soglia, che nel 2014 arriverà di fatto a 41 anni e 3 mesi o anche di più per i lavoratori autonomi.
Non si tratta - è bene precisarlo - del diritto alla pensione: quello con quattro decenni di contributi versati matura in modo certo, indipendentemente dall'età anagrafica. Il conseguimento del requisito non è messo in discussione nemmeno dal meccanismo che lega le pensioni all'aspettativa di vita: di triennio in triennio verranno incrementati i vari limiti di età ma non il tetto dei 40 anni. Per cui chi ha raggiunto questo traguardo può anche lasciare il lavoro tranquillo. Non potrà però contare sulla decorrenza immediata della pensione. Infatti già dal 2011 si applica anche a questo tipo di uscita il periodo di attesa di un anno per i dipendenti o un anno e mezzo per gli autonomi (in precedenza c'era una «finestra» che provocava un ritardo di tre-sei mesi).
Durante questo periodo si può quindi restare a casa in attesa della pensione, se si è disposti a fare a meno sia dello stipendio sia dell'assegno previdenziale. Per la maggior parte degli interessati naturalmente le cose non stanno così. E il nuovo decreto ora stabilisce una ulteriore attesa di un mese nel 2012, due nel 2013 e tre a partire dall'anno successivo.
Dal punto di vista del bilancio dello Stato, la mossa è doppiamente efficace: si ottiene infatti un ritardo del pensionamento per i soggetti interessati, ed allo stesso tempo si incassano dagli stessi - se continuano a lavorare - contributi che non si tradurranno in future maggiori pensioni. Infatti nel sistema retributivo con 40 anni di lavoro si raggiunge il massimo della pensione, ed i contributi successivi sono per così dire regalati al sistema.