ROMA - Quando si profilava una schiarita sul caso di Alfonso Papa per il quale la Camera, mercoledì, è chiamata a votare l'arresto richiesto per la vicenda P4, Umberto Bossi ha di nuovo cambiato opinione. «Penso che la Lega voterà per il suo arresto», ha annunciato ieri sera, durante un comizio a Podenzano, nel Piacentino, sfilandosi da Silvio Berlusconi favorevole a dire no ai giudici di Napoli. Un voltafaccia che segue di poche ore le dichiarazioni alla festa veneziana del Redentore, quando il capo della Lega spiegò che le manette andrebbero messe al deputato Pdl soltanto al termine di un processo in un'aula giudiziaria. E pochi giorni fa, aveva un'opinione assai più dura: per Papa sarebbe giusto si aprissero le porte della «galera». Come nei passaggi cruciali del passato, è tornato a evocare la «secessione» che sarebbe «la migliore medicina» per il Nord come per il Sud, «patti chiari e amicizia lunga». Non solo: sulla durata del governo, ha detto «non sono un mago» circa la previsione di arrivare alla scadenza naturale del 2013. Precisando: «E nel 2013 vedremo se andare da soli o se andare insieme al Pdl».
Non è detto che la posizione su Papa sia definitiva. Di fronte a un'alzata di scudi della base leghista, che non condivide concessioni per l'onorevole napoletano, Bossi ha esplicitamente affermato di avere ancora qualche dubbio sulla vicenda, malgrado abbia promesso a Berlusconi di sottostare agli ordini della maggioranza. Dal palco di Podenzano, non ha nascosto perplessità sulle manette a Papa: «Noi abbiamo lasciato passare la richiesta della sinistra che chiedeva la carcerazione, ma io qualche dubbio ce l'ho. Sembra una sfida al Parlamento. Bisogna stare attenti a fare cose sbagliate. Ci sono cose su cui bisogna ragionare, mai mettere le manette prima. La magistratura deve fare il processo e se è colpevole allora lo si condanna, ma mettere le manette prima non è accettabile».
Come a Venezia, ha difeso Giulio Tremonti, definito un «amico», con il quale «stavolta», ha osservato, «ci siamo scontrati molte volte». Proprio in conseguenza di questi scontri, la settimana parlamentare è stata giudicata molto calda, «40 gradi fuori, ma anche 40 gradi all'interno della politica». Venendo incontro alle istanze del popolo leghista, che spinge per ulteriori tagli alla politica, Bossi ha rassicurato che gli «stipendi dei parlamentari sono stati ridotti di molto, sono stati portati alla media degli altri Paesi europei». Ed ha polemizzato con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il governo, ha detto, ha respinto una richiesta di finanziamento avanzata dal Comune di Roma. Per Bossi, Alemanno «non è mica cambiato. Alle elezioni farà la fine della Moratti, venda un po' delle società che ha, perché il Nord dovrebbe dargli i soldi?».
Il voltafaccia ha scosso la maggioranza che riteneva chiusa la partita con la Lega. Bossi sembrava essere stato convinto da Berlusconi sul rischio del sì all'arresto per l'ex giudice: sarebbe iniziata «una deriva», come per Mani Pulite. Dopo Papa, sarebbe stata la volta di Marco Milanese e di Saverio Romano. Per questo, le indiscrezioni davano per acquisita la promozione di Marco Reguzzoni, capogruppo Lega alla Camera, a ministro delle Politiche comunitarie. Ma i sussulti del popolo leghista hanno provocato un ripensamento. Il dibattito è acceso. Piovono bordate contro Bossi e Berlusconi dalle opposizioni (Pd, Idv e Udc) mentre Fabrizio Cicchitto avverte: «E' evidente che c'è un disegno di attacco alla maggioranza anche attraverso la via giudiziaria».