ROMA Forse non sono i principali bersagli di questa manovra economica: nel 2014 i minori risparmi richiesti al settore del pubblico impiego valgono 570 milioni, su quasi 48 miliardi di correzione complessiva. Ma per i dipendenti dello Stato e delle amministrazioni locali gli effetti del decreto appena convertito in legge si sommano a quelli della manovra estiva dello scorso anno, che ha imposto loro un triennio di sacrifici, sul fronte degli stipendi e su quello delle assunzioni. Con le ultime misure gli anni di purgatorio diventano quattro e - cosa forse ancora più preoccupante - con il nuovo quadro legislativo non è affatto chiaro cosa succederà dopo, se sarà insomma possibile recuperare almeno una parte di quanto perduto in termini di potere d'acquisto.
Che la perdita ci sarà, è fuori discussione. Quantificarla naturalmente è un po' più difficile, date anche le differenze tra le varie situazioni. Complessivamente, i lavoratori pubblici vedono sospesi per tutto il periodo i rinnovi contrattuali; ma a questa forma di blocco collettivo se ne aggiunge una individuale, il congelamento delle retribuzioni di fatto al livello del 2010. Salvo alcune eccezioni legate a casi particolari, il risultato è che per quattro anni i cedolini tenderanno a riportare sempre le stesse cifre, quelle appunto dello scorso anno.
Mentre però le voci dello stipendio resteranno ferme, il livello dei prezzi ovviamente crescerà. Ci sarà quindi un congelamento nominale, che si tradurrà in una riduzione del reddito in termini reali. Secondo le stesse stime del governo, per il quadriennio 2011-2014 è attesa un'inflazione media intorno al 2 per cento: senza bisogno di addentrarsi in calcoli complicati, si può quindi già dire che la perdita in termini di potere d'acquisto sarà almeno dell'8 per cento, o qualcosa di più.
Michele Gentile, responsabile del Dipartimento settori pubblici della Cgil, si spinge più in là, stimando in termini monetari la decurtazione mensile cumulata al 31 dicembre 2014. Per ogni dipendente sarà mediamente di 210-215 euro: soldi che presumibilmente si sarebbero aggiunti alla retribuzione grazie ai rinnovi contrattuali ed alle altre forme di progressione salariale, e che invece resteranno allo Stato, in nome del risanamento finanziario.
Ma l'altra domanda che molti dipendenti pubblici si fanno è quanta parte di queste somme potrà essere recuperata una volta terminata l'emergenza finanziaria. Su questo punto a scatenare le preoccupazioni è soprattutto un'altra norma inserita proprio nel decreto appena approvato. Prevede la possibilità di fissare particolari modalità di calcolo per la determinazione dell'indennità di vacanza contrattuale relativa agli anni 2015-2017. Siccome l'obiettivo dell'articolo è assicurare maggiori risorse, queste modalità di calcolo consisterebbero con tutta probabilità in un calcolo meno favorevole dell'inflazione intercorsa nel frattempo, che comunque con la vacanza contrattuale viene recuperata solo al 30 per cento. Per di più, come fa notare l'Ugl, i rinnovi contrattali sulla carta sarebbero relativi a trienni diversi, il 2013-2015 e il 2016-2018. Insomma il rischio concreto è che lo stato di emergenza si prolunghi almeno fino al 2017, e che qualche forma di adeguamento delle retribuzioni possa esserci solo dal 2018 in poi. A quel punto il danno in termini di minore potere d'acquisto sarebbe ancora maggiore, e per i lavoratori pubblici italiani i decennio in corso si trasformerebbe in un decennio perduto.