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Pescara, 14/04/2026
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Data: 27/07/2011
Testata giornalistica: Il Centro
L'Aquila e Pescara, stretta di mano. Dopo oltre 40 anni di scontri e polemiche firmata una storica intesa

L'AQUILA. Se fosse un film potrebbe avere questo titolo: La pace dopo 40 anni. Sceneggiatura di Giorgio De Matteis vice presidente del consiglio regionale; personaggi e interpreti il sindaco dell'Aquila e quello di Pescara; regista Nazario Pagano presidente del consiglio regionale.
Ieri era esattamente mezzogiorno quando Massimo Cialente sindaco dell'Aquila e Luigi Albòre Mascia primo cittadino di Pescara si sono stretti la mano nella sala intitolata a Ignazio Silone a palazzo dell'Emiciclo. L'intesa, che potrebbe anche essere definita storica, è solo il primo passo per arrivare a un gemellaggio fra le due città. Gemellaggio ieri auspicato da tutti ma che è ancora da realizzare nel concreto. La proposta ora dovrà passare per i rispettivi consigli comunali e concretizzarsi in una maxi cerimonia finale. I dettagli del documento firmato dai quattro rappresentanti istituzionali (erano presenti anche l'altro vicepresidente del consiglio Giovanni D'Amico e l'assessore regionale agli enti locali Carlo Masci) sono nella tabella in alto.
Come si può vedere si tratta di un gemellaggio che prevede punti che potrebbero essere definiti generici. E' stata una scelta precisa quella di non entrare nei dettagli per evitare che questioni specifiche potessero essere poi fatte oggetto di contestazione magari proprio dai due consigli comunali. Si tratta di una sorta di contenitore che andrà riempito con confronti e discussioni. L'elemento più significativo è forse quello relativo «al potenziamento e lo sviluppo del sistema infrastrutturale al fine di completare il collegamento strategico Tirreno-Adriatico».
«Gemellare le due città che tanti anni fa furono divise da una guerra fratricida campanilistica» ha detto Nazario Pagano «è un tassello importante di un percorso del quale l'intero territorio abruzzese deve sentirsi partecipe».
«E' chiaro che il campanilismo, che é una semplificazione della politica, si é affievolito, soprattutto per le giovani generazioni» ha affermato Massimo Cialente «in questo momento L'Aquila é in una situazione difficilissima, ma ha una grande occasione che può essere per tutto l'Abruzzo occasione di un grande sviluppo. Questo gemellaggio é il segno del superamento di un vecchio modo di pensare la politica». «Questo é un evento importante» ha invece sottolineato Luigi Albòre Mascia «nonostante l'apparente differenza politica delle due amministrazioni comunali si è avuta la forza e la lungimiranza per portare avanti questo progetto. Oggi iniziamo un percorso che speriamo di concludere alla fine del 2011». Per Giorgio De Matteis «la classe dirigente dà un segnale forte che molti in Abruzzo si aspettavano. Oggi in questi locali si chiude una ferita aperta, in questi stessi locali, quaranta anni fa».

La città fu messa a ferro e fuoco. Ci furono feriti e arresti
La battaglia per il capoluogo che si scatenò nel febbraio 1971

L'AQUILA. Risalgono a oltre quarant'anni fa i moti che sconvolsero L'Aquila per la difesa del capoluogo, titolo che rischiò di passare a Pescara. Tre giorni di disordini, 26, 27 e 28 febbraio 1971, in cui la città fu messa a ferro e fuoco, con le sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista assaltate, le case dei maggiori esponenti politici devastate, una dura repressione da parte della polizia, con feriti e decine di arresti fra i manifestanti.
La protesta si scatenò dopo la lettura dello statuto nuovo di zecca (è stato sostituito nel 2007) della neonata Regione Abruzzo da parte del primo presidente, Emilio Mattucci.
Un testo di legge messo a punto e approvato dopo frenetiche consultazioni che duravano da mesi, in un clima da quasi guerra civile. Si arrivò alla fine a un compromesso. Quello cioè di lasciare all'Aquila, la città nata nel 1254 carica di storia e cultura, il titolo di capoluogo, e di dare a Pescara le sedi di alcuni assessorati regionali importanti.
Il compromesso, o la spartizione come venne definita, fu visto nel capoluogo come una mezza sconfitta e in riva all'Adriatico come una mezza vittoria: insomma, invece di accontentare, scontentò un po' tutti. Di lì la sommossa.

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