E' davvero finito il tempo delle parole, degli incontri e persino dei patti e dei tavoli. Né le dichiarazioni del premier, né le intese tra le parti sociali riescono ad arginare un tracollo. Ed è inutile davvero farsi illusioni che la salvezza possa giungere soltanto da un rasserenamento del quadro politico. Occorrono fatti prima che sia troppo tardi.
L'errore più grave è stato quello di confezionare una manovra post datata e di non incidere subito sul debito pubblico; anzi la delega fiscale è stata consegnata all'opinione non solo italiana come una strada per alleviare il carico fiscale. Le ultime dichiarazioni del presidente Berlusconi poi sull'irrilevanza dell'aumento dei tassi di interesse sono state letali. Per provare ad uscire dal marasma ha poco senso anche ripetere il mantra della crescita a costo zero; non è più il momento delle illusionistiche ricette delle liberalizzazioni, della semplificazione amministrativa e di altre ipotesi di rilancio senza copertura finanziaria perché non sarebbero in grado di dare risposte nei tempi imposti dalla drammaticità della crisi.
Il segnale che i mercati si attendono è quello di una immediata riduzione del debito primario accompagnata dalla introduzione di strumenti che consentano un suo collocamento a costi più bassi. In relazione al primo punto, oltre ad una vera e subitanea spending review che contabilizzi da subito il taglio ai costi della politica, è necessario avviare la riforma fiscale che combini una patrimoniale per le grandi fortune alla tassazione delle rendite finanziarie, al ripristino di una imposizione sulla prima casa, con un opportuno sistema di deduzioni e detrazioni, e ad una tassa sulle transazioni finanziarie di chiara matrice speculativa.
Gli effetti depressivi di una tale manovra sarebbero, vista la forte polarizzazione della ricchezza nel panorama italiano, pressoché irrilevanti mentre una misura così netta avrebbe una ricaduta positiva nei riguardi dei mercati perché darebbe il segnale di una volontà ferma di ridurre il debito. Nella stessa direzione occorre sospendere le vendite allo scoperto con caratteristiche altrettanto evidenti di natura speculativa, pur correndo i rischi di una minore liquidità.
Quanto al secondo aspetto, per favorire il collocamento del debito italiano può essere molto utile l'idea da più parti ventilata di varare una tipologia di titoli di Stato da destinare in maniera pressoché esclusiva ai piccoli risparmiatori italiani con un tasso di interesse calmierato ma con uno sgravio fiscale. Accrescere in maniera sensibile queste sottoscrizioni sottrarrebbe una parte importante dello stock di debito italiano dalle vendite al ribasso e al contempo svolgerebbe una funzione positiva per i compratori internazionali abbassando la quantità di titoli da destinare fuori dai confini domestici; un'esigenza tanto più avvertita dal momento che il Tesoro italiano deve ancora collocare entro fine anno circa 100 miliardi di titoli, quanti Spagna e Germania messe insieme.
Naturalmente sarebbe fondamentale che la Bce decidesse di comprare titoli italiani sul mercato secondario, senza attendere l'intervento del Fondo Salva Stati e senza aggravi ulteriori per il nostro paese che altrimenti sarà danneggiato, in termini di spread, da eventuali acquisti della stessa Bce di titoli spagnoli, portoghesi o irlandesi. Se si realizzassero queste condizioni allora si otterrebbe non solo una riduzione del debito ma anche una maggior crescita: meno debito significa meno interessi e minori interessi sui titoli di Stato vuol dire un costo più basso per le banche nel loro approvvigionamento e quindi tassi più bassi per clienti e imprese. Del resto se il Tesoro non smette di pagare interessi non ci sono neppure le risorse di cassa per azioni come lo sblocco dei fondi Fas; il governo può deliberare lo sblocco di 7,4 miliardi, ma in cassa ne avrà 1,5. La politica ha il dovere di aggredire il debito; se non lo farà subito le conseguenze saranno ancora più pesanti.
(*) Università di Pisa