STATALI
Dovrebbe scattare un anno prima del previsto, cioè nel 2013, la revisione delle spese dei ministeri. In soldoni significa che i risparmi previsti da qui al 2014, circa 5 miliardi, saranno anticipati di un anno. La linea dei tagli è stata in qualche misura già tracciata e seguirà il modello dei costi standard. Se le razionalizzazioni mirate non funzioneranno, partiranno sforbiciate automatiche e lineari.
La parte del leone, in termini di maggiori risparmi, dovrebbero farla il ministero dell'Economia (circa 1,4 miliardi) e quello dello Sviluppo (1,96 miliardi). Altre somme rilevanti potrebbero arrivare dai fondi non spesi e da interventi selettivi che coinvolgeranno tutti i dicasteri.
La scure dovrebbe abbattersi soprattutto sulla spesa considerata improduttiva. L'obiettivo del governo è ridare efficienza a tutta la macchina statale. Il modello indicato da Tremonti è quello di modulare le risorse in base alle reali esigenze delle amministrazioni.
STATO SOCIALE
Nella manovra approvata a tempo di record a luglio la delega alla riforma dell'assistenza aveva un'importanza strategica poiché prevedeva tagli per una decina di miliardi di euro a regime.
Gli interventi ipotizzati in modo generico (le deleghe vengono dettagliate in Parlamento poiché il governo chiede alle Camere di essere autorizzato ad intervenire su una specifica materia) si riferivano soprattutto ad una serie di tagli sull'assistenza come, ad esempio, la concessione troppo facile di assegni di accompagnamento; la reversibilità delle pensioni in alcuni casi giudicata troppo alta; le irregolarità troppo frequenti sulle pensioni d'invalidità. Nella manovra era previsto che se non fosse stata raggiunta la cifra prevista sarebbero scattati automaticamente tagli agli sgravi fiscali, a partire da quelli sulla prima casa e sull'Irpef dei dipendenti. Sulla previdenza va ricordato che la manovra approvata già prevede l'anticipo al 2013 del collegamento fra momento del ritiro e aspettativa di vita. Questo vuol dire che presto andremo a riposo con 3 mesi di ritardo sulle tabelle attuali.
ENTI LOCALI
E' certo che Regioni, Comuni e Province saranno chiamate ad un contributo pesantissimo. I fondi messi a loro disposizione dallo Stato erano già stati tagliati con le manovre degli anni scorso ma ora tutto lascia credere che si inciderà oltre il fondo del barile tanto che già qualcuno fa circolare la voce di una possibile reintroduzione dell'Ici sulla prima casa sia pure con l'esclusione di quelle di minor valore.
Le cifre del resto parlano chiaro: secondo l'Anci, l'associazione dei Comuni, i municipi che rappresentano circa l'8% delle spese pubbliche complessive sono chiamati a partecipare ai tagli per un importo pari al 20%. Sia come sia il decreto presentato dal governo prevedeva risparmi complessivi per 6,4 milirdi nel 2014.
Ora questa cifra andrà riparametrata sul 2013. I 6,4 miliardi erano così suddivisi: 1,6 a carico delle Regioni a statuto ordinario; 2 incidevano sui bilanci delle Regioni a statuto speciale e delle province autonome; 2 a carico dei Comuni con più di 5.000 abitanti e 0,8 riguardavano le Province.
LIBERALIZZAZIONI
Il principio base, lo ha ricordato ieri Giulio Tremonti, è che tutto ciò che non viene vietato è concesso. Nella manovra l'articolo sulle liberalizzazioni era stato affondato dalle lobby professionali. E così è passata una versione più prudente che mantiene la riserva prevista dalla Costituzione per quelle categorie abilitate alla professione attraverso un esame di Stato.
Avvocati, notai, medici, giornalisti (per i quali nel frattempo è stata votata alla Camera una parziale riforma), farmacisti sono dunque al riparo. Per le altre categorie, invece, la manovra stabilisce che entro 8 mesi sarebbero state presentate delle «proposte in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attività economiche». Trascorso questo termine dall'entrata in vigore della manovra «ciò che non sarà espressamente vietato sarà libero».
La formulazione ha lasciato scontenta la Confindustria che sollecita una maggior decisione sul tema delle liberalizzazioni.
La Cgil boccia il piano. Confindustria aspetta
ROMA Le parti sociali sembrano disorientate dall'annuncio del pacchetto che il governo vuole mettere in campo per ridare fiducia ai mercati. Dopo il serrato confronto giovedì, la messa a punto di un documento congiunto e il contro documento del governo, si attendevano qualcosa di diverso. Soprattutto, vogliono approfondire i titoli che hanno ascoltato dalla conferenza stampa di Palazzo Chigi. Se è condivisa la scelta di inserire in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, attendono però fondamentali chiarimenti sia sul fronte dell'anticipo al 2013, sia sull'annunciata riforma del mercato del lavoro. Per questo resta in silenzio la Confindustria, guidata da Emma Marcegaglia, in prima fila alla testa dello schieramento delle parti sociali nell'incontro con il governo. Prevale la cautela, anche se si tratta di un silenzio piuttosto eloquente. Chi ha parlato, invece, lo ha fatto con toni decisi. A partire dalla Cgil, che con il leader Susanna Camusso è tornata a bocciare un governo che conferma di «voler fare male al Paese». Più articolata la posizione del leader della Uil, Luigi Angeletti: «L'inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio era anche una nostra richiesta e dunque la giudichiamo positivamente. Sull'anticipo del pareggi di bilancio capisco le necessità, ma ne avrei fatto a meno».