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Pescara, 14/04/2026
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Data: 07/08/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Crisi e manovra - Il governo chiama le parti sociali. Berlusconi: no al voto anticipato. Il premier: arriviamo al 2013. Bersani: Tremonti ci deve dire dove prenderanno i soldi

ROMA - Nella trepida attesa della riapertura dei mercati e sulla scia dell'anticipazione della manovra, il governo pensa alle mosse da prendere nell'immediato. A prescindere dal calendario già avanti nei giorni consacrati alle ferie. La risposta più attesa, al di là di quella delle piazze finanziarie, sembra essere quella delle parti sociali, e il ministro Sacconi annuncia già per mercoledì 10 agosto la riconvocazione del tavolo negoziale, fiducioso nella disponibilità al confronto espressa nel documento delle organizzazioni imprenditoriali e nelle parole dei «segretari del sindacato riformista». Anche Umberto Bossi apre una parentesi nei suoi ozii estivi per incotrare lunedì Giulio Tremonti, tema del colloquio gli aiuti alle imprese colpite dalla crisi. E a dare segnali di ordinaria routine lavorativa è lo stesso Silvio Berlusconi che, in partenza per la Sardegna, ha assicurato che lunedì sarà già di ritorno a Roma, dove in serata lo attende una telefonata di Obama sulla crisi finanziaria internazionale. «Continuiamo la nostra attività senza interruzioni. Non c'è nessun cambiamento nei programmi», dice il Cavaliere, soprattutto per quanto riguarda le scadenze future del suo governo, il cui traguardo resta quello del 2013. Smentita seccamente dal premier, infatti, ogni ipotesi di voto anticipato al 2012, che era improvvisamente ricomparsa nelle conversazioni di corridoio del Palazzo. «Non si è assolutamente mai parlato di questo», dichiara il Cavaliere, mentre suoi stretti collaboratori fanno sapere di considerarla una sorta di follia, «un suicidio». Soprattutto alla luce del fatto che eventuali elezioni nel 2012 coinciderebbero con la fase più dolorosa per le tasche degli italiani delle misure legate all'anticipazione della manovra di risanamento del bilancio, con inevitabili ricadute negative sull'indice di popolarità del governo. Un nodo, quello dei costi della manovra, che, al di là dell'assunzione di «responsabilità» manifestata in questi giorni da tutte le forze d'opposizione, è causa di forte frizione tra governo e Pd. Il cui segretario Pier Luigi Bersani avverte: «Dopo tre anni di favole, non pensi Tremonti di poter venire in Parlamento senza uscire dalle nebbie, senza dire cioè dove precisamente e a carico di chi e di che cosa intende ricavare decine di miliardi dall'assistenza e dalla manovra su fisco e detrazioni». Il problema, d'altra parte, secondo il leader del Pd, «è politico», riconducendosi di fatto, «come scrivono i più grandi giornali del mondo», alla presenza di Berlusconi al governo: «E questo problema, se non verrà risolto, - afferma Bersani - brucerà via via qualsiasi sforzo che gli italiani faranno». Di qui la richiesta che il Pd fa, differenziandosi da altre forze d'opposizione, per «un governo nuovo, con personalità autorevoli, credibili nel mondo, che riuscissero a raccogliere il massimo di forze parlamentari. Su questa ipotesi - dice Bersani - saremmo pronti ad abbassare un po' le nostre bandiere e a dare pienamente una mano».
Sulla linea dura nei confronti del Cavaliere anche Antonio Di Pietro: «Il nostro premier, politicamente parlando, - dice l'ex pm - è incapace di intendere e di volere perché non conosce la realtà del Paese. Questa è un'incapacità politica che impone la sua espulsione dal governo». Non fa sconti alla premiership del Cavaliere anche il finiano Benedetto Della Vedova che, pur promettendo l'impegno di Fli «per il bene dell'Italia nella drammatica emergenza delle prossime settimane», osserva che «Berlusconi non può essere il premier per tutte le stagioni e per tutte le emergenze, anche quelle causate dalla sua scarsa credibilità e dai suoi errori». Una diversità d'accenti sembra rimanere dunque tra una buona parte dell'opposizione, da un lato, e l'Udc, dall'altro: Pier Ferdinando Casini, infatti, dopo aver sgombrato il campo nei giorni scorsi dalla pregiudiziale antiberlusconiana, ieri ha taciuto, lasciando che il suo silenzio, e quello del segretario udc Cesa, venisse interpretato come un segnale di attesa per vedere se agli annunci del governo corrisponderanno misure concrete, come auspicato dal Terzo polo. Unica pregiudiziale dell'Udc che sembra destinata a resistere, quella del no alla partecipazione diretta a questo governo, a quale il portavoce udc, Antonio De Poli, preliminarmente chiede in particolare di «evitare che la manovra penalizzi ceto medio e famiglie». Questo basta, d'altra parte, a più di un esponente del Pdl come, tra gli altri, il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, a rilevare «la differenza tra le aperture di Casini e l'opposizione pregiudiziale del Pd nei confronti del governo».

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