ROMA. I venti miliardi che dovrebbero arrivare dalla delega fiscale e assistenziale a quanto pare non basteranno. E allora il governo sta studiando il cosiddetto "piano B", cioè un intervento piuttosto drastico di reperimento di risorse.
Nel mirino, secondo le indiscrezioni, ci sarebbero le pensioni,l'Iva e un intervento più incisivo sul fronte delle liberalizzazioni. La voce più consistente, e quella che scatenerebbe certamente un confronto infuocato con le parti sociali, è quella delle pensioni. I piani di innalzamento dell'età pensionabile sono considerati troppo diluiti nel tempo e una drastica accelerazione potrebbe aiutare a dare maggiore credibilità internazionale al governo. Senza contare che questo settore è anche quello potenzialmente più ricco e oggi Berlusconi e Tremonti devono pescare a piene mani, dato che le spuntatine alle spese non bastano. Qualcuno torna a far circolare anche l'ipotesi di una patrimoniale - sempre smentita dal governo - magari una tantum e magari legata ai maxitesori mobiliari e immobiliari sopra i 500 mila euro.
Nel calderone ci potrebbe finire anche un ripristino dell'Ici sulla prima casa. È evidente però che una scelta di questo tipo rischierebbe di scatenare una vera e propria rivolta sociale. E in un momento di crisi profonda il governo non può certo permettersi di avere contro i sindacati, con i quali anzi sta cercando faticosamente un'intesa a colpi di convocazione. Domani, al tavolo con le parti sociali, Tremonti dovrà cominciare a scoprire le carte.
Pensioni. L'ipotesi: 12-18 mesi di blocco delle uscite per anzianità
Dal blocco delle pensioni di anzianità per 12-18 mesi, all'anticipo, già nel 2012, delle norme di allungamento dell'età pensionabile per le donne. È ampio lo spettro degli interventi allo studio in materia previdenziale per fare fronte all'attuale nuova crisi e i tecnici del governo starebbero recuperando in queste ore molte delle misure drastiche che avevano già messo a punto nella manovra, approvata a luglio, ma che poi erano state ammorbidite e diluite nel tempo. Possibile anche l'anticipo dal 2013 al 2012 della riforma che aggancia l'età pensionabile alle aspettative di vita.
Il capitolo pensioni resta dunque quello che potrebbe dare i risparmi più consistenti e soprattutto strutturali. Tra le ipotesi, per esempio, un'accelerazione dell'allungamento dell'età pensionabile per le donne. Nella manovra si è stabilito l'allungamento di un mese a partire dal 2020 per arrivare a 65 anni nel 2032. Potrebbe tornare l'ipotesi, circolata nelle prime bozze di allora, di un aumento di un anno già a partire dal 2012, per poi aumentare un anno ogni due. Sempre tra le ipotesi l'anticipo dal 2013 al 2012 della riforma che aggancia l'età pensionabile alle aspettative di vita, con la necessità dunque di lavorare tre mesi in più già a partire dal prossimo anno. Un'altra delle misure che sarebbero state prese in considerazione è quella dell'allineamento della contribuzione tra i lavoratori dipendenti e i collaboratori: per questi ultimi è al 26% e potrebbe aumentare fino al 33%.
Misura non facile da mettere in campo ma che potrebbe portare in cassa tra i 2 e i 2,5 miliardi di euro l'anno.
C'è poi il capitolo delle pensioni anzianità e qui le ipotesi vanno dal blocco totale per un anno o 18 mesi ad un innalzamento dei requisiti: la quota che somma età anagrafica a età pensionabile potrebbe essere portata nel 2013 da 97 a 100.
Aumento Iva. Si pensa all'aumento dell'1% per trovare 10 miliardi
Di aumento dell'Iva di un punto come strumento per finanziare l'abbattimento delle tasse su lavoro e imprese si era già parlato in fase di preparazione della manovra estiva. Era l'ipotesi dello "scambio": più Iva e meno Irpef, il famoso spostamento della tassazione dalle persone alle cose. L'ipotesi, appoggiata da Confindustria ma poi esclusa dal governo, aveva già allora provocato un coro di no da parte della Cgil e delle organizzazioni del commercio: aumentare l'Iva, questo il ragionamento, avrebbe effetti negativi sui consumi, rischierebbe di provocare una fiammata inflazionistica e si scaricherebbe ancora una volta sul livello di vita dei ceti medio-bassi.
Ora però, con la necessità di reperire risorse in tempi brevi, i tecnici del Tesoro avrebbero ripreso in mano l'ipotesi e avrebbero cominciato a fare i conti. Aumentare di un punto l'Iva "ridotta" (dal 10 all'11%, quella dei servizi turistici, alberghi, ristoranti e così via) e quella "ordinaria" (dal 20 al 21%, quella di tutti gli altri prodotti), lasciando inalterata l'aliquota minima del 4% (quella degli alimentari, della prima casa, dei giornali ecc.) porterebbe in cassa una cifra considerevole, che qualcuno quantifica in 10 miliardi di euro, la metà della manovra necessaria per anticipare al 2013 il pareggio di bilancio.
Le controindicazioni però - economiche, politiche e soprattutto sociali - potrebbero essere insormontabili. Intanto, gli effetti regressivi sui consumi in una fase di stagnazione economica, poi i rischi di una forte opposizione sociale. «Credo che un'operazione del genere non si debba fare in una condizione economica già di recessione», aveva dichiarato il segretario della Cgil Susanna Camusso rispondendo a Confindustria il 17 giugno scorso. E aveva aggiunto: «L'aumento dell'Iva sui prodotti significa dire a chi ha un reddito basso che dovrà spendere di più sui consumi obbligati, e questo è inaccettabile».
Fare cassa vendendo immobili e quote societarie
Accelerare sul fronte delle privatizzazioni. Anche di questo si sta discutendo. In parte se n'era già parlato in tempi di preparazione della manovra estiva, ma ora la concretizzazione appare molto più probabile, anche perché è evidente che il governo deve raschiare il barile più a fondo. Con il Pil che non ne vuol sapere di crescere, l'ex ministro Maurizio Gasparri l'altro giorno aveva rimesso in campo la già discussa questione della cessione del patrimonio statale. E altri nella maggioranza, pur sottotraccia, hanno iniziato ad avanzare suggerimenti e proposte. Segno che il governo ci sta pensando, anche se per il momento negli incontri con le parti sociali non ne ha parlato esplicitamente.
Due i filoni nei quali si andrà quasi certamente a pescare: gli immobili di proprietà pubblica e le quote pubbliche di società spendibili sul mercato. C'è poi una terza ipotesi che però appare di difficile percorribilità, e cioè la privatizzazione delle società in mano agli enti locali (municipalizzate). Il recente referendum sull'acqua pubblica rende la strada piuttosto complessa se non, addirittura, inagibile, ma è anche vero che la galassia delle società pubbliche che gestiscono i servizi territoriali potrebbe rivelarsi un eldorado in un contesto dove ogni centesimo racimolato vale una boccata di ossigeno. A rendere però ulteriormente difficile l'attacco alle municipalizzate ci si potrebbero mettere i sindacati, che già hanno messo le mani avanti sull'ipotesi di una privatizzazione dei servizi essenziali.
Relativamente più agevole, invece, la soluzione delle dismissioni immobiliari e di parte di quote societarie. Aggiungendovi magari, come ha proposto Guido Crosetto (sottosegretario del Pdl), l'idea di obbligare i grandi acquirenti a comprare i pezzi pregiati dello stato pagandoli con la sottoscrizione di Btp.