Si paga il 5% del reddito sopra i 90 mila euro
Alla fine, controvoglia ma inevitabilmente, la manovra bis di Ferragosto ha varato il cosiddetto «contributo di solidarietà» sui redditi da lavoro superiori ai 90mila euro annui. Si è deciso di applicare anche nel settore privato il provvedimento introdotto nell'ultima manovra estiva per i dipendenti pubblici e i manager di Stato. Come per i «pubblici», la tassa straordinaria non sarà permanente, ma resterà in vigore soltanto per i prossimi due anni, nel biennio 2012-2013.
L'imposta colpirà con un'aliquota del 5 per cento la quota eccedente i redditi imponibili superiori a 90mila euro, e con una aliquota del 10 per cento quelli che vanno oltre i 150mila euro. In pratica, per fare un esempio, chi guadagna 100mila euro dovrà pagare un contributo di 500 euro; chi ne guadagna 300mila invece dovrà sborsarne 18.000. Il contributo, peraltro, è indicato come deducibile dall'imponibile. È stato deciso inoltre anche un aumento della cosiddetta quota Irpef per i lavoratori autonomi, a partire dall'attuale 41 per cento - così è indicato nelle bozze entrate in Consiglio dei ministri. Inizialmente era stato deciso che questa misura avesse carattere temporaneo, per due o tre anni; pare invece che sia diventata «strutturale» e dunque permanente.
Attività chiusa a chi non fa lo scontrino
Era stato chiesto un intervento di forte contrasto all'evasione, e per cercare di rispondere almeno in parte il governo ha inserito nel decreto una serie di misure. La prima è la tracciabilità di tutte le transazioni in contanti di importo superiore ai 2.500 euro, con l'obbligo di comunicazione telematica all'Agenzia delle Entrate di tutte le operazioni per le quali è prevista l'applicazione dell'Iva. Ovviamente sono esentate da questo obbligo tutti pagamenti effettuati con carte di credito, di debito o carte prepagate. Si tratta di un passo indietro rispetto alle scelte del 2008 dal ministro Tremonti, che appena nominato aveva cancellato la stretta (in effetti più rigida) sui pagamenti in contanti che aveva stabilito il suo predecessore Vincenzo Visco. La seconda misura è un generale inasprimento delle sanzioni a carico dei lavoratori autonomi - sia i commercianti che i professionisti - che non emettono fatture e scontrini fiscali. La sanzione, in caso di ripetute violazioni da parte di queste categorie, può arrivare fino alla sospensione dell'attività e l'esclusione dagli ordini. Infine, Tremonti ha annunciato una «rimodulazione» degli studi di settore con cui vengono stimati i redditi di determinate categorie.
Ridotte le festività
Molte sono le misure che riguardano il mondo del lavoro. La prima, particolarmente controversa, è quella che penalizza i dipendenti delle amministrazioni pubbliche i cui dirigenti non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa: potrebbero perdere il pagamento della tredicesima mensilità. La seconda anche fa e farà molto discutere: in pratica l'abolizione delle festività infrasettimanali «non concordatarie». E così, mentre si salveranno i santi patroni e l'Immacolata, il 25 aprile, il 1 maggio e il 2 giugno - ovvero le feste laiche, simbolo della Repubblica nata dalla Resistenza - verranno «accorpate» e «godute» di domenica. E dunque cancellate. Sulla carta aumenta la produzione e la produttività, di sicuro le imprese risparmieranno un bel po', perché chi lavorerà in queste festività «accorpate» non avrà più le relative indennità. La terza misura è il pacchetto fortemente voluto dal ministro Sacconi che riguarda la contrattazione aziendale. Le parti sociali avevano chiesto di evitare interventi legislativi: l'unica concessione a questa richiesta è stata la rinuncia alla traduzione in legge dell'accordo interconfederale del 28 giugno. Per il resto, sono stati varati due provvedimenti molto «pesanti». Il primo è la norma che mette al riparo la Fiat dai ricorsi giudiziari gli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Il secondo, è quello che consente ai contratti aziendali di «derogare» liberamente da quanto stabiliscono i contratti nazionali e le leggi su moltissime materie. Tra queste, anche i licenziamenti. L'articolo 18, con questo decreto legge, è praticamente morto.
Province e regioni: taglia da 9,5 miliardi
Sei miliardi di tagli nel 2012, altri 3,5 nel 2013. E' il prezzo che la manovra-bis chiede di pagare a Comuni, Province e Comuni per raggiungere il pareggio di bilancio entro due anni. Il prezzo più alto lo pagheranno le Regioni a statuto speciale con due miliardi di risparmi. I Comuni dovranno contribuire per 1,7 miliardi, le Regioni a statuto ordinario per 1,6, le Province dovranno fare a meno di 700 milioni. La manovra prevede anche accorpamenti: le Province con meno di 300mila abitanti verranno abolite dalla prossima tornata elettorale. Sono 37: da Campobasso a Sondrio a Trieste. Dovranno essere accorpati anche i Comuni al di sotto di mille abitanti, più o meno 1.500 su ottomila complessivi. Ancora, la manovra prescrive la riduzione dei componenti dei Consigli regionali. Il governo ha promesso di tenere aperto un tavolo di confronto con Regioni ed enti locali nel corso della conversione del decreto. Come contropartita per i pesanti tagli, il governo è pronto a sbloccare le addizionali Irpef oggi in vigore e ad anticipare al 1° gennaio del 2012 l'introduzione dell'Imu, la nuova Imposta municipale unica (era prevista in vigore solo dal 2014), anticipando di fatto l'entrata in vigore del federalismo fiscale. L'Imu accorperà l'Ici oggi applicata sulle seconde case, l'addizionale Irpef comunale e l'imposta sui rifiuti. Una bozza di provvedimento ad hoc dovrà essere inviata dal governo all'Associazione dei comuni (Anci) entro la fine di agosto, quindi approdare in autunno in Conferenza unificata.
Pensioni, finestra mobile a scuola
La montagna «partorirà un topolino». Negli ambienti di governo c'era chi lo pronosticava, e così è stato. I richiami della Banca centrale europea ad un corposo pacchetto di risparmi previdenziali sono stati ampiamente disattesi. Delle ipotesi formulate nei primi giorni di trattativa non è rimasto quasi nulla. Niente blocco dell'anzianità, né ci sarà l'anticipo della entrata in vigore della norma che, a partire dal 2013, prevede l'agganciamento dell'età pensionabile alle aspettative di vita. Le novità di rilievo sono solo due. La prima: ai dipendenti della scuola, come già avviene per tutti gli altri lavoratori della pubblica amministrazione, si applicherà la cosiddetta «finestra mobile», un meccanismo che in buona sostanza allunga l'età del pensionamento di quasi un anno. La seconda è l'anticipo della norma prevista dalla manovra di luglio sull'aumento dell'età pensionabile delle donne del settore privato. Invece che nel 2020, l'aumento graduale dell'età, oggi fissata a 60 anni, partirà nel 2016. Da quel momento, e fino al 2026, l'età pensionabile salirà di circa sei mesi l'anno per raggiungere i 65 anni solo nel 2026. E' la vittoria dell'asse trasversale fra Cgil, Cisl, Lega e il ministro Sacconi: fin dall'inizio ha remato contro misure alle quali il premier era detto favorevole e che i mercati avrebbero apprezzato. Di tutti i risparmi della macchina pubblica, quelli previdenziali sono infatti considerati i più certi. A conti fatti, il pacchetto varrà appena un miliardo di euro, un ventesimo della manovra del 2012.
Sanità, no a nuovi tagli
La previsione è di sei miliardi di risparmi nel biennio 2012-2013 allargando ai ministeri il principio, già introdotto per gli enti locali con il federalismo fiscale, dei costi standard. In cosa consiste? Un «nucleo di valutazione» presso la Ragioneria dello Stato dovrà stabilire alcuni criteri per definire dei tetti di spesa, a cui dovranno attenersi tutte le amministrazioni centrali. Costi standard da anticipare al 2012 anche nella sanità (erano previsti nel 2013). Non ci sarà però nessun ulteriore taglio al comparto sanità, già colpita dalla manovra di luglio con i ticket di 10 euro per i ricorsi al Pronto Soccorso in codice bianco e di 25 euro per le visite specialistiche. No quindi all'introduzione del «ticket alla svedese», di cui si era parlato nei giorni scorsi. Siccome però questa misura porterà risparmi solo in tempi medio-lunghi, sono previsti anche tagli ad effetto immediato: la riduzione dei fondi Fas, i fondi per le aree sottoutilizzate. Saranno colpiti il ministero dello Sviluppo economico, con una sforbiciata alla banda larga, e il ministero dell'Ambiente, con tagli alle risorse per la prevenzione di rischi di dissesto idrogeologico. Mentre in conferenza stampa il premier ci ha tenuto a precisare che non ci saranno tagli all'edilizia carceraria e a quella scolastica gestiti dai ministeri della Giustizia e dell'Istruzione.
Liberalizzazioni, sul mercato i servizi pubblici locali
La Bce si è raccomandata: liberalizzare e privatizzare. Occorre evitare il rischio Grecia, che all'inizio della sua crisi decise di non far nulla, salvo arrendersi quando ormai le attività da privatizzare valevano molto meno che all'inizio delle turbolenze. Una norma messa a punto dal ministro Fitto prevede così la messa a gara dei servizi pubblici locali, dai trasporti alla gestione dei rifiuti e con l'eccezione dell'acqua. Le gestioni «in house» dovranno sparire entro il 31 marzo 2012, restano in vita solo quelli con valore economico inferiore ai 900mila euro. Tutto il resto dovrà essere messo a gara. Tornano anche le incompatibilità fra le funzioni politiche degli amministratori e quelle di gestione. Non c'è invece traccia di una accelerazione della privatizzazione delle attuali partecipazioni statali, (Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Poste) né di una forte liberalizzazione delle professioni. Ieri sera Giulio Tremonti ha infatti accennato ad una norma che però separerà il destino degli ordini «costituzionalmente tutelati» dagli altri: significa che non verranno toccati gli ordini ai quali si accede «tramite esame di Stato» come medici, avvocati, notai, architetti, ingegneri, giornalisti. Secondo l'Istituto Bruno Leoni l'economia italiana è liberalizzata al 49 per cento: gli ultimi provvedimenti di questo tipo risalgono alle «lenzuolate» dell'allora ministro Bersani.
Rendite, tutte tassate al 20% tranne Bot e Cct
Viene varato immediatamente il riordino della tassazione delle rendite finanziarie, in pratica introducendo un'aliquota unica del 20% per tutti i redditi di capitale, titoli pubblici esclusi. In passato il sistema di tassazione italiano era decisamente più complesso. Il piano prevede infatti di lasciare inalterata l'aliquota sui titoli di Stato, che rimane al 12,5%, anche se in caso di cessione di titoli di Stato il prelievo sugli interessi sarà del 20%, come in generale per i capital gains. Aumenterà invece dal 12,5% al 20% la tassazione degli altri titoli (azioni, obbligazioni e fondi). Infine sarà ridotta dal 27% al 20% l'aliquota che grava sui rendimenti di depositi bancari e postali. Un'armonizzazione che complica un po' le cose per chi detiene nel suo portafoglio di risparmio Bot e Btp: l'imposta resterà al 12,5% se questi titoli vengono conservati fino alla scadenza, ma se li si vuole liquidare prima del tempo sarà applicata la nuova aliquota al 20%. Una mossa che probabilmente serve anche a incentivare i risparmiatori e gli investitori a conservare i propri titoli. Resta ancora poco chiaro - in attesa di precisazioni da parte del ministero - cosa accadrà invece ai cosiddetti «pronti contro termine», che hanno titoli di Stato sottostanti e che finora sono stati tassati al 12,5%. E bisogna ancora chiarire su quali titoli verranno applicate le nuove norme, se solo sui nuovi acquisti oppure anche sui portafogli attuali.