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Data: 13/08/2011
Testata giornalistica: Il Sole 24 ore.com
La metamorfosi del premier di Stefano Folli

Fa una certa impressione osservare il presidente del Consiglio mentre afferma: «Mi piange il cuore, ma stavolta abbiamo dovuto mettere le mani nelle tasche degli italiani. Queste tasse sono necessarie». L'ultimo tabù del berlusconismo è caduto e con ciò si compie la definitiva trasformazione di un fenomeno durato diciassette anni. L'anti-politico Berlusconi parla e agisce ormai come l'uomo della Bce in Italia, ben lieto di essere stato messo sotto tutela dal binomio Trichet-Draghi in nome dell'austerità.

L'operazione è ad alto rischio e molto spregiudicata. Ma era l'unica possibile per non farsi travolgere dagli eventi. Seguendo il filo del paradosso, si può dire che Berlusconi, perfetto Zelig, si è infilato nei panni del presidente «tecnico». Ovvio che in realtà non lo è, ma interpretando in qualche misura le esigenze europee e cercando la sponda della Banca d'Italia, ha dato il via alla sua ultima metamorfosi. È lui l'uomo dell'emergenza. È lui che taglia i costi della politica e prende ad abbattere le province.

Basterà? Di sicuro i diciassette anni del Berlusconi che l'Italia ha ben conosciuto si sono chiusi ieri sera, sotto il peso dei 45,5 miliardi di euro indispensabili per sostenere la crisi del debito. Ed è assai difficile credere che il presidente del Consiglio possa avere una nuova vita come statista di fiducia della Bce. È vero però che a breve scadenza il premier ha ripreso in mano il bandolo della matassa. La manovra è forse iniqua, come sostiene Bersani, ma è parecchio consistente sul piano quantitativo. È probabile che infligga un colpo alla speranza di crescita dell'economia, come sostengono gli industriali, ma ottiene il suo scopo: anticipa il pareggio di bilancio.

Può darsi che non ci fossero alternative, come ha detto Tremonti. Ma una almeno c'era: intervenire sulle pensioni, allungando l'età lavorativa. Non si è fatto, se non in minima parte, per l'opposizione della Lega. Ed è forse a questo che si riferiva Berlusconi quando ha accennato a implicazioni «anche politiche». Bossi è riuscito a ottenere, in buona percentuale, quello che pretendeva. E questo è un elemento di debolezza, non di forza, della manovra.

In altri termini, gli interventi strutturali sulle voci di spesa sembrano inferiori al necessario. Segno che il premier, anche nella sua versione Banca centrale, non può ignorare il vincolo di una maggioranza in cui la Lega conta ancora molto, trovando nel ministro dell'Economia orecchie attente. Berlusconi avrebbe avuto tutto l'interesse a fare di più, per essere in maggiore sintonia con l'Europa. Ma a quanto pare non ha potuto. Del resto, non sarà certo sulle pensioni che le opposizioni vorranno inchiodarlo.

I problemi sono altri. E hanno radici anche nella maggioranza, se è vero che l'architettura della manovra ha richiesto fatica e non pochi screzi. Tanto che un ministro importante come Galan - avversario di Tremonti e di Bossi - è arrivato in Consiglio affermando: «questa manovra non la voto se contiene solo tasse e niente per gli investimenti». Poi ha cambiato idea, sollecitato con una certa fermezza da Berlusconi. Ma il nodo si riproporrà in Parlamento, se dovesse risultare evidenti i risvolti «recessivi». Quanto all'opposizione, Di Pietro è stato il più svelto a porsi su una linea colloquiale, senza chiusure eccessive: «ci sono luci e ombre. Confrontiamoci nel merito».

Confrontarsi nel merito... Ecco un proposito astuto. Casini non avrà difficoltà a farlo, anzi ha già cominciato spezzando una lancia a favore del ceto medio colpito dal «contributo di solidarietà». A Bersani tocca decidere presto come muoversi. Molte idee del Pd la manovra le ha inglobate (esempio, le rendite finanziarie). Su altro la porta è socchiusa per i correttivi parlamentari. Bersani avrebbe buoni motivi per misurarsi anche lui nel merito. Tanto più che è Napolitano a sollecitare il confronto. E Berlusconi ha dovuto accogliere l'invito, negando che ci sia un voto di fiducia all'orizzonte.

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