ROMA - La riduzione dei costi della politica ha tenuto banco nella conferenza stampa che Tremonti e Calderoli hanno indetto il giorno dopo il varo della manovra per il pareggio di bilancio. Ad agitare la mannaia dei tagli - sia pure tra qualche rinvio al futuro e qualche frenata sulle Province da abolire - il ministro leghista della Semplificazione. Calderoli, infatti, ha esordito osservando che dei circa 140 mila amministratori di enti locali attualmente in carica, a conclusione dei prossimi rinnovi elettorali ne resteranno solo 53 mila con un taglio di ben 87 mila poltrone, conteggiando Regioni, Province e Comuni con i loro Municipi, cioè oltre il 60 per cento. Scendendo nel dettaglio, il ministro ha osservato che «attualmente c'è un amministratore locale ogni 428 cittadini, un rapporto poco sostenibile», che per effetto della manovra passerà ad un più accettabile equilibrio di uno a 1.100. Passando alle Province, per le quali si era prospettato un taglio di 37-38 unità, il ministro della Semplificazione, che ha apertamente ammesso di non condividere l'idea della loro soppressione totale, ha semplificato un po' meno di quanto fosse nelle aspettative. Affiancando infatti alla soglia di sopravvivenza dei trecentomila abitanti anche quella della superficie di almeno tremila chilometri quadrati, Calderoli ha salvato le amministrazioni leghiste di Sondrio e Belluno, collocandosi la prima giusto a 3.200 Km2 e avendo minacciato il suo presidente, Massimo Sertori, un referendum per la secessione e l'adesione alla vicina Svizzera. Alla fine il totale delle Province da cancellare passa a 29, e il fatto che assieme a Sondrio e Belluno ne evitino la cancellazione altre sei (Siena, Grosseto, Matera, Nuoro, Oristano e Olbia-Tempio) non salva il ministro leghista dalle critiche del finiano Giorgio Conte, capogruppo Fli in commissione Affari costituzionali della Camera, che accusa governo e Carroccio di «voler evitare a ogni costo ricadute politiche sui rispettivi partiti, piuttosto che a varare una riforma coraggiosa e strutturale». Quanto ai parlamentari, sempre in front line nelle polemiche contro la Casta, Calderoli ne rinvia l'auspicato da più parti dimezzamento del numero alla riforma costituzionale solo abbozzata il mese scorso dal Consiglio dei ministri. Nell'immediato però scatta anche qualche stretta significativa alle loro indennità: oltre al contributo di solidarietà al di sopra delle soglie di 90 mila e 150 mila euro, raddoppiato per deputati e senatori al 10 e 20 per cento rispetto al 5 e 10% previsto per i comuni cittadini, un parlamentare che cumulasse un reddito aggiuntivo di almeno il 15% della sua indennità, vedrebbe quest'ultima ridotta di ben il 50 per cento. Evidente l'effetto di deterrenza ad esercitare altre attività con cui dovrà fare i conti soprattutto la schiera di celebri avvocati che, pur sedendo in Parlamento, non ha abbandonato la professione forense. Preclusa anche la business class per i «voli blu» non intercontinentali sia ai parlamentari che ai funzionari dello Stato in missione. Calderoli ha annunciato anche la riduzione dei membri del Cnel da 121 a 70 e l'obbligo per le Regioni, dalle prossime elezioni, a tagliare del 20% il numero di consiglieri e assessori, passando così dagli attuali 775 eletti a 610. Quanto al numero definitivo delle Province da cancellare, il ministro ha detto che sarà stabilito in base ai risultati del censimento previsto nel prossimo autunno e che, comunque, per le Province superstiti è previsto un taglio del 50% dei consiglieri e degli assessori.