ROMA Questa volta non si scherza. Di manovra in manovra, venti manovre dopo quella del 1992 (che iniziò a comprimere la giugulare dei Comuni obbligandoli ad adottare l'Ici), i tagli messi in cantiere dal governo per il 2012 e il 2013 rischiano davvero di trasformarsi in minori servizi ai cittadini o in una pioggia di aumenti di tasse locali.
Pur facendo la tara alle dichiarazioni allarmate e allarmiste di sindaci e governatori regionali, la prova che si sta raschiando oltre il barile arriva dalle Province. Per questi enti la manovra bis appena varata dal governo prevede una riduzione dei fondi statali pari a circa 700 milioni di euro. Che si aggiungono all'analoga sforbiciata varata nel 2010.
Il combinato disposto delle due operazioni è paradossale. Poiché infatti le grandi Province e quasi tutte quelle del Nord già da tempo vivono quasi esclusivamente di entrate proprie (essenzialmente con l'imposta sull'acquisto di auto nuove), lo Stato finisce per tagliare i fondi solo, ed è bene riperlo, solo, alle Province più piccole e a quelle più povere.
L'esempio emblematico lo fornisce l'attuale presidente della Provincia di Rieti Fabio Melilli (Pd). Quest'anno sulla base della Finanziaria 2010, la Provincia di Rieti che è un topolino di appena 160 mila abitanti si è vista ridurre i finanziamenti statali di quasi 4 milioni di euro. L'elefante Provincia di Roma, invece, che di abitanti ne ha più di 3 milioni, ha perso solo 179 mila euro. Un'inezia. E Milano? Tagli zero, perché già da anni vive di tasse proprie. Il risultato finale è paradossale. «I tagli alle Province ormai colpiscono solo il Centro-Sud e le aree più povere - spiega Melilli - Si è sempre detto che il federalismo avrebbe previsto un fondo di compensazione affinché come prevede la Costituzione gli enti e i loro abitanti più ricchi potessero continuare ad aiutare, una volta eliminati gli sprechi, i meno fortunati. Ebbene, almeno per quanto riguarda le Province, siamo arrivati al punto che il federalismo elimina qualunque compensazione o comunque già ora non rispetta canoni previsti dalla Costituzione».
Su scala più grande, dunque, non ha tutti i torti il governatore della Lombardia Roberto Formigoni quando dice che continuando a prosciugare i fondi per le Regioni (3,6 miliardi i tagli 2012) non ne resteranno più a disposizione per una ovvia compensazione (tramite il fondo di perequazione come lo chiamano gli esperti) fra Regioni ricche e povere che è una base fondamentale di ogni nazione federalista che si rispetti. Le Regioni, in particolare, sono molto preoccupate per i pendolari poiché senza fondi sufficienti per onorare i contratti con le Ferrovie saranno costretti o a tagliare i treni o ad aumentare gli abbonamenti.
Anche sul fronte dei sindaci (tagli per 1,7 miliardi nel 2012) la preoccupazione è grandissima. Spiega l'ex presidente dell'Anci, l'associazione dei Comuni, Sergio Chiamparino. «Di grasso in giro ce n'è rimasto veramente poco. Il rischio che corrono molti Comuni è che si ritrovino con uffici che non avendo risorse oltre a quelle per pagare il personale non abbiano più una missione da svolgere».
Tradotto: senza fondi adeguati, gli assistenti sociali comunali non possono aiutare gli anziani a domicilio o le famiglie che restano senza casa o le mamme single. Difficile dire come reagiranno i Comuni nel concreto perché ogni amministrazione deve affrontare problemi diversi. Ma l'alternativa al taglio dei servizi è spinosa: aumentare ancora le tasse comunali, da quella di soggiorno sul turismo (come ha fatto Roma) a quella sull'Irpef (come ha appena fatto Milano). Oppure aumentare la produttività dei vigili sul versante multe.