La ricostruzione pesante non parte, le macerie sono tutte lì, il rilancio economico non c'è tutto è fermo
L'AQUILA. Ripete di non essersi mai sentito così solo, di esser pronto anche a mollare la sua "scomoda" poltrona di sindaco e di voler sostenere chiunque decida di scendere in campo per cacciare le "truppe di occupazione" dall'Aquila. Massimo Cialente è un fiume in piena.
«In coscienza» sbotta il primo cittadino «ho sempre cercato di fare gli interessi della città, senza tirarmi mai indietro né quando c'era da dire "bravo" al Governo, né nei momenti in cui si imponeva, invece, la necessità di alzare le barricate. Ho sempre agito valutando se ciò che veniva fatto avrebbe segnato un passo in avanti nella ricostruzione o creato una situazione di stallo. Non ho mai badato al mio posizionamento politico e questo spiega il profondo isolamento nel quale attualmente mi trovo in compagnia solo di alcuni assessori, quelli tra i più attivi».
Lei da tempo ripete che in questa città tutto è colpevolmente fermo. Il Comune ha la ricetta per uscire da questa situazione di impasse?
«La ricostruzione pesante non parte, le macerie sono tutte lì, il rilancio economico non c'è. Qui tutto è desolatamente fermo. Da febbraio 2010 ad oggi si è perso solo tempo e senza alcuna ragione. Nessuno ha voluto dettare le regole a cui tutti i protagonisti della ricostruzione pesante avrebbero dovuto attenersi. Sul centro storico ci sono tanti nodi ancora da sciogliere, alcuni dei quali molto impegnativi. Invece, ovunque ti giri regna indecisione e incompletezza».
Sì, ma di chi è la responsabilità?
«Non certo del Comune che da tempo sta cercando di risolvere i problemi che i commissari fanno finta di non vedere. Nella riunione dell'altro giorno, quella che si è svolta alla presenza di Gianni Letta, le cose sembravano andare bene. Abbiamo proposto l'adozione di regole e di penalizzazioni per coloro che continuano a ritardare i lavori. Tra queste anche il congelamento del contributo e la cessazione dell'assistenza. Cose necessarie, come lo sono state per il recupero delle case B e C, perché la ricostruzione della città è prioritaria su ogni altra cosa. Questo non si fa? Allora qualcuno dovrà spiegare il perché. E quel qualcuno non si trova a Villa Gioia».
Lei è andato via da quella riunione sbattendo la porta...
«Non c'era ragione di restare, visto che parlando di centro storico il commissario ha ritirato fuori la storia dei Piani di ricostruzione, aggiungendo che la parola doveva passare ai tecnici. Allora, visto che non servono, i politici possono anche andarsene sbattendo la porta e con la convinzione di aver perso altro tempo. Tutti, e mi riferisco ai migliori urbanisti del Paese, dicono che la scelta fatta dal Comune è quella giusta. Vorrei sapere per quale motivo questa cosa non riesce a passare, perché non ci lasciano lavorare. La verità è che in questo momento Gianni Chiodi, il capo della Struttura tecnica di missione Gaetano Fontana ed altri stanno portando avanti una posizione politica. Fontana, poi, ha assunto un ruolo politico contro il Comune e l'assessore alla ricostruzione Pietro Di Stefano. Ho parlato di questo con Letta, così come dell'ispezione concordata ai fini della predisposizione del bilancio e utilizzata, invece, come clava contro il Comune. C'è questo tavolo tecnico, dove si registra l'aumento continuo delle truppe d'occupazione, al quale Antonio Cicchetti di tanto in tanto ci chiama. E Fontana e Chiodi sono lì ad insabbiare. Se è così io tolgo il disturbo».
Vuole dire che è pronto a dimettersi?
«Non lo escludo. Certo è che alla prossima campagna elettorale sosterrò chi lavorerà per cacciare via le truppe di occupazione. Io voglio una commissione parlamentare per accertare le responsabilità di tutto questo spreco di risorse. Dei fondi a palate che si stanno buttando per l'assistenza alla popolazione. Abbiamo persone ancora negli alberghi, paghiamo quattro milioni al mese di contributi per l'autonoma sistemazione. E, intanto, la gente soffre per il mancato rientro nelle loro case».
Significa che non si ricandiderà?
«A me sembra che in questo momento la posizione del Pd sia un'altra. E mi lasci dire: trovo vergognoso il fatto che il "basta ai commissariamenti" arrivi persino dal sottosegretario Catone ma non da esponenti del centrosinistra. L'Italia dei valori, poi, chiede solo le mie dimissioni. Io farò la cosa che riterrò più utile alla città».
Torniamo, dunque, al punto di partenza: esiste il modo per superare la paralisi?
«La ricetta è facilissima: via chi non è capace e non vuole lavorare in squadra. Si deve operare come è stato fatto per le B e le C. Basta con questa gente e con questa struttura commissariale che sta regalando soldi a mezza Roma. A saggi e consulenti che costano tanto e producono nulla. Qui c'è bisogno di una tavolo pronto a riunirsi ogni giorno e con gente che vuole lavorare. A chi dice dove è stato finora Cialente, rispondo che queste cose io le sto dicendo da tempo. Sono pronto a lasciare, ma voglio prima sapere perché hanno voluto assassinare la città».