MILANO - Il più esplicito è Franco Zorzo, sindaco leghista di Tombolo: «La verità? I nostri parlamentari si sono tutti quanti romanizzati». E sì che Tombolo non è un Comune destinato all'estinzione o all'accorpamento: ha più di ottomila abitanti e sta ben piantato fra la provincia di Padova e quella di Treviso, zona ricca e con pochi problemi: «Però», insiste il sindaco Zorzo, «per colpa di questo governo non possiamo nemmeno più dire che siamo paroni a casa nostra».
Una bella sberla, come direbbe Umberto Bossi. Solo che a riceverla è lui, e con lui la pletora di ministri, sottosegretari e parlamentari del Carroccio ormai in aperto conflitto con la base del partito. O meglio: è la base del partito ad essere in conflitto con loro, soprattutto i presidenti di Provincia, i sindaci, gli assessori e i semplici consiglieri che non sanno più come difendere un partito che da una parte ripete come un mantra la parola federalismo, e dall'altra a Roma difende i privilegi della casta e taglia le unghie gli enti locali.
Non che Berlusconi e Tremonti se la stiano passando meglio, anzi. Pure nel Pdl la fronda cresce. Il piemontese Guido Crosetto e altri tre erano stati i primi - già venerdì - a minacciare fuoco e fiamme: «Il nostro voto a questa manovra non è scontato». Stanno facendo proseliti visto che adesso i deputati pidiellini disposti a dar battaglia sono già diventati nove, fra cui nomi autorevoli come Antonio Martino, Santo Versace, Deborah Bergamini. Altre adesioni sono in pectore: «Il decreto è deludente e non ci piace. Presenteremo emendamenti sostanziali per correggerlo». Poi si vedrà come andrà a finire.
I più imbufaliti rimangono comunque quelli della Lega Nord che, come dicono loro, devono «fare ogni giorno i conti con le esigenze del territorio, cioè con le ragioni per cui la lega e nata». Il sindaco di Tombolo è solo la punta dell'iceberg. Perfino La Padania non riesce a occultare il malcontento, tanto da parlare di «incazzatura cosmica» riferendosi allo stato d'animo di Dario Galli, presidente della Provincia di Varese, che al giornale del partito dice così: «E' ora di finirla con i sacrifici che colpiscono sempre gli stessi: cos'altro devono pagare i lombardi?».
L'esercito dei leghisti di base che puntano il dito contro i loro deputati e senatori colpevoli di assecondare «le scelte romanocentriche di Berlusconi e Tremonti» ogni giorno ha nuovi arruolati. Ai quali poco importa delle autodifese dei «romanizzati». A Rosy Mauro che si pavoneggia sostenendo che «abbiamo difeso donne e lavoratori», rispondono che «avete colpito il Nord e la gente che lavora». E la protesta si fa talmente rumorosa da spingere Roberto Calderoli, su imbeccata di Bossi, a minacciare epurazioni.
I toni del ministro della Semplificazioni sono da nomenklatura sovietica: «Vedo che c'è chi fa affermazioni pensando di essere stato eletto per la propria bravura, e non perché appartenente al movimento» dice Calderoli «Questi signori, dal consigliere comunale in su, sbagliano. E se proseguono sulla loro strada si possono accomodare fuori dalla Lega». Il problema, per lui e per gli altri vertici del partito, è che quelli che definisce «questi signori» sono sempre di più, e sono parecchio ascoltati dalla base e dagli elettori del Carroccio.
C'è per esempio Massimo Sertori, presidente della Provincia di Sondrio: «A questo punto farò un referendum per chiedere ai residenti della Valtellina di passare con la Svizzera, mi sembra la cosa più sensata» C'è Flavio Tosi, sindaco di Verona: «Questa finanziaria la sapeva fare anche un bambino: se non dai le risorse ai Comuni, che federalismo potrà mai esserci?». C'è Attilio Fontana, sindaco di Varese: «A nome del mio Comune farò causa allo Stato».