L'azienda ambientale ha chiuso con un piccolo utile ma ha deficit per 1,8 miliardi. Lo scorso anno la società ha beneficiato di un aumento delle tariffe del 20 per cento. L'azienda trasporti, che conta in totale 11mila dipendenti, ha perso nell'ultimo esercizio 120 milioni e ha una situazione finanziaria molto difficile. Nell'ultimo anno Acea, l'unica municipalizzata quotata in Borsa, ha perso il 35,6 per cento del suo valore. La capitaliazzione è scesa a 1 miliardo e mezzo
E' nascosta nell'articolo 4 del decretone di Ferragosto la norma più rivoluzionaria fra quelle sui servizi locali: "Le imprese estere non appartenenti all'Unione europea possono essere ammesse alle procedure competitive a evidenza pubblica per l'affidamento di servizi pubblici locali a condizione che documentino la possibilità per le imprese italiane di partecipare alle gare indette negli Stati di provenienza per l'affidamento di omologhi servizi".
Significa che un'azienda americana efficiente potrà venire a Roma a raccogliere rifiuti in concorrenza all'Ama, o un'azienda sudafricana di trasporto potrà proporre le sue linee affiancate a quelle dell'Atac e dei suoi attuali concorrenti, i pochi "bus azzurri". Non è finita: vista l'altra parte della manovra che prevede la vendita delle aziende pubbliche locali, sulle tre aziende concessionarie romane appunto, Ama, Atac e Acea si profila un'ipotesi concreta di privatizzazione.
Il governo ha previsto 250 milioni per le società che si faranno avanti: agevolazioni sui prestiti che saranno necessari e altri incentivi. Non è detto che questi acquirenti arrivino, è vero, ma qui entra in gioco il momento attuale sui mercati, oltre alle periclitanti condizioni economiche di queste aziende. I prezzi possibili? Sicuramente sono da saldi. Fra gli analisti e gli operatori economici, gira una cifra complessiva: per rilevare le tre aziende, salvo l'acqua dell'Acea che non è privatizzabile per il referendum, basterebbe un miliardo.
Vediamo i tre casi.
L'Acea, unica municipalizzata romana quotata in Borsa, oltre a doversela vedere con un'altra misura del decreto, la "Robin tax" sulle compagnie energetiche, è nel mezzo di una complessa riorganizzazione azionaria. Oggi la società di piazzale Ostiense è posseduta dal Comune con il 51%, da Francesco Gaetano Caltagirone con il 15, dai francesi di Suez con l'11,5, e poco più del 22% è flottante. Era stata concordata la cessione graduale della quota francese visto che l'alleanza industriale è naufragata, e il Comune intendeva rafforzare la maggioranza, ma ora è tutto da vedere. La stessa Suez potrebbe rientrare in gioco, così come l'altra francese Edf.
Il problema è che in un anno di Borsa debole l'Acea ha perso il 35,6% del valore: l'azione è scesa da 8,9 euro dell'agosto 2010 ai 5,4 di ieri. Gli utili netti sono crollati nel primo semestre da 79,7 a 13,2 milioni, e il calo in Borsa nell'ultimo mese è stato del 16,9%. Così, la capitalizzazione è scesa ad un miliardo e mezzo (con un fatturato nel 2010 di 3,1 miliardi), una cifra che sarebbe già alla portata di diversi gruppi stranieri del settore ma che andrà sensibilmente ridotta. Prima di intraprendere qualsiasi eventuale trattativa, il Comune dovrà affrontare il complicato scorporo del settore acqua, che oltre ad essere quello con il maggior numero di dipendenti (4mila su 7mila totali) ha contribuito con il 45% all'utile operativo lordo nel primo semestre con un +8% di crescita grazie all'incremento delle tariffe (che vale 3 milioni), alle efficienze (3 milioni) e al riassetto di partecipazioni in Toscana e basso Lazio (2 milioni).
Quella più sana è insomma la parte non privatizzabile: senza l'acqua il valore di Acea, indicano gli analisti si riduce a non più di 5600 milioni, con una redditività tutta da verificare.
Di un secco incremento delle tariffe (20% nell'ultimo anno ovvero 103 milioni di più in cassa) ha beneficiato anche l'Ama, che è riuscita a chiudere l'esercizio 2010 in utile per un milione, salvo poi incappare nell'ennesima parentopoli che ha portato alle dimissioni il 23 luglio dell'ad Franco Panzironi. Per di più l'utile è dovuto alla vendita del centro carni per 92 milioni e ai 40 milioni di ricapitalizzazione dal Comune, entrate una tantum: la verità è che il gruppo è oberato da 1,8 miliardi di debiti che qualunque acquirente dovrà ripianare. Gli analisti calcolano che il cash che il Comune potrebbe ottenere non supera i 150200 milioni.
Poco di più è valutata l'Atac, azienda al 100% comunale da 11mila dipendenti che ingloba dal 2006 la Sta e dal 2010 Met. Ro. e Trambus. La madre di tutte le parentopoli e infiniti sprechi (40 milioni spesi per acquistare 25 tram troppo lunghi per le rotaie romane) l'hanno portata a 120 milioni di perdita nell'ultimo esercizio, durante il quale è stato più volte sfiorato il default (in novembre erano rimasti in cassa 40 milioni contro un fabbisogno mensile di 50 e c'è voluto uno sforzo ulteriore delle banche per recuperare). Eppure anche qui gli scenari che si aprono, visto l'interesse degli operatori stranieri ad una città come Roma, potrebbero essere sorprendenti.