ROMA - Pensa di essere «bello come la Cuccarini». Dice di essere «meglio di padre Pio». Poi arriva Bossi, in preda ormai a una escalation di maleducazione, segno di sbando politico e personale, e gli grida: «Sei un nano di Venezia, non rompere i coglioni». Facile immaginare come ci sia rimasto Brunetta, il quale è sprovvisto dell'ironia del suo collega brevilineo Leo Longanesi, che diceva di essere nato nel «secolo decimo nano» e di «passeggiare avanti e indietro sotto il letto». No, Brunetta giustamente s'arrabbia - anche se dice sempre che non è vero: «So di essere corto, e ci scherzo su» - quando qualcuno lo offende ricorrendo al numero limitato dei centimetri che porta addosso. Ma a Bossi per ora non ha replicato, non gli ha gridato «razzista», come fa contro tutti quelli che gli gridano «nano».
S'è tenuto l'offesa, il Renato insultatissimo ma anche grande insultatore, perchè riconosce in Bossi un proprio simile nella strategia della parolaccia come forma di governo, anche se il dito medio alzato è prerogativa del ministro leghista mentre il collega veneziano è uno che ha soltanto, parole sue, «il vaffa facile»? Oppure Brunetta non ha risposto a Bossi perchè magari - finalmente - ha capito che si deve interrompere questo circolo vizioso delle offese sparate che ti rimbalzano contro, della coazione a ripetere tipo Willy Cojote inventore di trappole (linguistiche nel caso brunettiano) tese per gli altri ma nelle quali, per la legge del contrappasso, prima o poi ci cadi tu perchè gli offesi ti rioffendono? Così accade sempre quando il ministro della pubblica amministrazione dice, il 28 luglio 2011, «cretini» ai giovani che lo contestano (e loro lo ripagano: «Buffone», «palloncino gonfiato»). Definisce «poliziotti panzoni» gli addetti alla pubblica sicurezza (e quelli se la sono legata al dito). Bolla come «Italia peggiore» quella dei precari, che lo odiano e lo sbeffeggiano continuamente. Al punto che, nella trasmissione di Andrea Vianello su RaiTre, Agorà, il super-berlusconiano Giorgio Stracquadanio ha diramato un appello per la difesa di Brunetta, al grido: «Questa è una persecuzione».
Insomma Brunetta è il bersaglio della parolaccia e il generoso spacciatore della medesima. Ed è quasi naturale - ma non giustificabile - che un tipo così esposto in questo settore finisse nel mirino di Bossi il quale, fra una volgarità e l'altra, se l'è presa qualche giorno fa pure con Berlusconi: «Parla solo di cazzate». Nell'anti-brunettismo, Bossi sembra aver ritrovato l'armonia con Tremonti che ha definito un «cretino» e subito dopo uno «scemo» il povero Renato che povero non è affatto visto che ha demonizzato così il rivale Giulio («E' una jattura per l'Italia») e il ministro dell'economia quasi gli ha messo le mani addosso, anzi i piedi, nel 2009: «Non ti avvicinare, sennò ti prendo a calci nel culo!».
Spara insulti, attira insulti questo grande insultatore ora insultato da uno insultante prolifico e recidivo quanto lui. A Bossi, Brunetta l'ha sempre considerato un buon selvaggio e da Bossi non s'è sentito adeguatamente sostenuto quando ha provato a diventare, invano, sindaco di Venezia. All'insulto appena ricevuto, avrebbe ora potuto replicare, come spesso fa il Brunetta quando lo mostrificano fisicamente, con queste parole: «Come reagirebbe lei se avesse un figlio al quale dicessero continuamente sei un nano?». Umberto non ha un figlio nano ma un figlio trota, e ovviamente è peggio.
Una volta, Brunetta ha detto della «sinistra per male»: «Vada a mori' ammazzata». Altre volte, se l'è presa con i meridionali (e se Bossi l'avesse sentito, lo avrebbe applaudito): «Napoli-Caserta è un cancro etico», «La Calabria e la Campania meglio se non esistessero» e via così. Oppure: «Gli impiegati pubblici? Fannulloni». «L'associazione magistrati? Un mostro». «Roberto Rossellini? Era fascista». «I registi di sinistra? Parassiti». E a destra e a manca, «idioti», «cretini», «ignoranti», «imbecilli», «lavativi», «fannulloni» (mentre lui si reputa un fantuttone, come recita il titolo della mini-biografia che gli ha appena dedicato Francesco Merlo per l'editore Aliberti). L'insofferenza per la sinistra Brunetta la sfoga così. Maggio 2011: «Quelli del Pd sono camaleonti, transfughi, paguri. Proprio come quegli animaletti che, non avendo una casa propria, s'infilano in quella degli altri. Sotto la sabbia o nelle conchiglie». Neanche tanto offensivo, come lo fu invece in questo caso: «La sinistra italiana è talmente fuori dal mondo che mi fa schifo». Dai e dai, sempre per la legge del contrappasso, un giorno - il 22 ottobre 2008 - Massimo D'Alema è sbottato: «Brunetta è un energumeno tascabile». Il ministro ci restò malissimo. D'Alema s'accorse di aver esagerato e gli inviò un biglietto di scuse. Lui le accettò: «La storia è finita qui». Forse quella che riguarda loro due. Ma la sindrome dell'insulto che produce altri insulti, e sono pessimi i primi quanto sono pessimi i secondi, continua imperterrita. Fantozzi, così è stato notato, ogni tanto aveva bisogno di correre lontano, per liberarsi con urlo; Brunetta invece corre in televisione in ogni occasione e libera il suo oltranzismo ideologico con una bella scarica di insulti agli italiani». Proprio come Bossi. Uno non usa il pernacchio, l'altro sì. Entrambi, se non imparano a parlare, lo meriterebbero.