Egregio Direttore, come sempre leggo i suoi editoriali e devo dire che gli ultimi due sono stati fortemente critici. Vorrei provare ad offrirle spunti di riflessione e magari convincerla - si scherza - che alcune delle sue critiche potrebbero essere sfumate. Nel suo ultimo editoriale, mi attribuisce due responsabilità più evidenti di altre: afferma che rischierei di commettere lo stesso errore di Berlusconi (ma avrebbe potuto dire di Obama, Zapatero e Sarkozy) che si è illuso di poter affrontare la crisi descrivendola meno complessa di quello che è, afferma, altresì, che chi legge il nostro Fas non ricava una idea di Regione. La contrasterò seguendo l'ordine delle sue critiche. Quanto alla prima, non ho mai tentato di descrivere la crisi meno complessa di quella che è, anzi, pur non smettendo mai di alimentare la speranza scevra da ogni velleitarismo, ho sempre realisticamente tratteggiato il momento che stavamo vivendo come uno dei più critici dal 1929.
Certo, per quel dovere primario di alimentare la fiducia e la speranza, ho diffuso con soddisfazione dati economici che collocano l'Abruzzo, in alcuni casi, al di sopra del trend di crescita medio nazionale, ma non credo che in cio possa ravvisarsi un modo per sminuire la portata della crisi. Non l'ho mai fatto quindi; e di ciò è buon testimone il social network dove da oltre un anno sostengo che la crisi è profondissima, che coinvolge l'intera economia occidentale, che non è governabile a livello di governi nazionali nè, a maggior ragione, a scala regionale e che le misure adottate nel 2008 e 2009 dai governi sono state un palliativo e di conseguenza errate.
LA CRISI.
Non creda che quello che dirò alzando per un attimo l'asticella dello sguardo non riguardi l'Abruzzo. Le politiche di aumento in deficit della spesa pubblica, definite impropriamente keynesiane (Keynes le riteneva valide quando la spesa pubblica non arrivava al 30% del prodotto interno lordo, mentre oggi sfiora il 70%), hanno posto il mondo occidentale di fronte ad un doppio rischio: quello di un elevato rischio di default degli Stati nazionali, e quello di una inflazione galoppante in quanto gli interventi pubblici hanno messo in circolo una gigantesca massa monetaria come mai nella storia dell'umanità che, prima o poi, farà deflagrare l'inflazione.
Non se ne esce caro Direttore: nei prossimi dieci anni almeno, gli Stati nazionali, Italia compresa saranno costretti a drastiche politiche di contrazione della spesa pubblica. Queste cose, lungi dallo sminuire la portata della crisi, non le ho solo pensate, le ho scritte diversi mesi fa.
ECONOMIA REGIONALE.
Allora mi sono posto una domanda: cosa posso fare io, nel mio microcosmo abruzzese?
L'economia, caro Direttore, checchè ne vogliano far credere politici politicanti e corporazioni vecchio stampo, è ormai globalizzata e nel breve e medio termine nessun governo regionale può invertirne la rotta.
L'economia abruzzese poi, è storicamente una economia pro-ciclica (che si esalta quando quella mondiale va bene, e si deprime quando quella va male) ed è il frutto della composizione della sua struttura produttiva consolidatasi nei decenni passati e non è modificabile nel breve periodo.
Lo stesso può dirsi per le altre regioni italiane e per l'Italia nel suo complesso.
Dove potevo, quindi concretamente, influire nel breve tempo della mia presidenza?
L'Abruzzo era la regione più indebitata d'Italia, la prima regione italiana dove la classe dirigente politica era stata addirittura commissariata (ma aveva pagato per l'intera classe dirigente abruzzese), con una reputazione bassissima che si traduceva in marketing territoriale al contrario, con Presidenti di Regione arrestati o imputati di gravi reati, con Sindaci di importanti città abruzzesi coinvolti in vicende poco chiare e destinatari di misure restrittive veicolate in modo di darne la massima rilevanza mediatica.
POLITICA DEL RIGORE.
Ebbene, ho aggredito il toro per le corna e fatto quello che avrebbero dovuto fare i governi dei paesi occidentali, l'Italia compresa.
Ho aggredito il gigantesco debito regionale e ridotto drasticamente la spesa pubblica regionale, e l'ho fatto quando quasi tutti lo aumentavano: dagli Stati Uniti all'Italia con le lodevoli eccezioni della Germania e dell'Inghilterra.
Perché l'ho fatto pur sapendo di doverne sopportare i costi politici?
Converrà con me, caro Direttore, che la spesa pubblica alimenta, anche, le istanze corporative, i costi della politica, i privilegi, la rendita, l'assistenzialismo peloso ed è con la spesa pubblica in deficit che, in ultima analisi, si droga il consenso elettorale.
Ebbene, l'ho fatto perché sono profondamente convinto che nessuna comunità, nessuna regione, nessun Paese che sia gravato contemporaneamente da un enorme debito e da tasse elevate, potrà mai prosperare e poi perchè volevo restituire ai giovani abruzzesi quote di speranza e di futuro allegerendoli di una parte di quelle cambiali che la generazione dei loro padri ha lasciato loro in eredità.
Ho resistito a quelli che - fermi al secolo scorso e con la debole retorica di chi pensa ancora al mondo di ieri - mi dicevano di aumentare la spesa regionale in deficit per contrastare una crisi che, invece, non era contrastabile a livello locale, né lo sarebbe stata con un aumento del debito pubblico come stanno a dimostrare i casi di Obama, Zapatero e via dicendo.
RIEQUILIBRIO SANITÀ.
Il debito regionale, caro Direttore, è dopo due anni e mezzo diminuito del 14% e grazie all'equilibrio del sistema sanitario - anch'esso storico e tenacemente perseguito - non è destinato ad aumentare (ministro dell'Economia permettendo). Non era quello che tutti si auspicavano per l'Italia? Si diceva fosse impossibile, che i costi politici fossero inaccettabili, invece ecco qua: fatto! Non è questa una strategia per rendere l'Abruzzo più forte? Non è forse il frutto di una scelta responsabile che privilegia gli interessi di tutti rispetto ai calcoli politici del mero consenso elettorale?
Caro Direttore, lei ha scritto che il Bilancio è il mezzo non il fine, certo è così, ma avrei voluto vederla agire qualora, nel giorno del suo insediamento al giornale, avesse scoperto che a distanza di un paio di mesi non avrebbe potuto pagare gli stipendi ai suoi collaboratori o rimborsare le rate in scadenza. Forse avrebbe aggiunto che risanare il bilancio è il mezzo sì, ma indispensabile. L'Abruzzo era in quelle condizioni, si avviava ad essere la Grecia delle regioni italiane.
COSTI DELLA POLITICA.
Oggi il dibattito infuria sui costi della politica ma non in Abruzzo. Perché? Perché, grazie al sostegno di una maggioranza e di un partito ai quali andrebbe fatto un monumento, abbiamo rivoluzionato la governance regionale rendendola più efficiente e meno costosa.
liquidazione Abruzzo Engineering, l'Aret, la Sir, abolite l'Aptr, l'Arssa e Abruzzo Lavoro, cancellato le comunità montane sul livello del mare e le centinaia di Ipab, costretto all'accorpamento i Consorzi fidi, gli Enti d'ambito idrici, le Asl, i consorzi industriali, disposto per le fusioni delle società regionali per il trasporto su gomma, ridotto il numero di dirigenti regionali e di dipendenti oltre aver chiuso le sedi all'estero. Abbiamo eliminato oltre 200 nomine politiche con i relativi stipendi. Mi trovi un'altra maggioranza che lo ha fatto in Italia in due anni di governo con un terremoto di mezzo? E non parlerò della riduzione di sprechi e privilegi in sanità che si stanno trasformando in investimenti in tecnologie e professionalità perche, qui mi sembra che abbiamo avuto il suo giornale molto vicino.
Non è, questa, una strategia per rendere l'Abruzzo più forte? Direttore, lei proviene dal Nord e forse queste cose le sembrano normali e scontate, le assicuro che nel Centro-Sud queste cose non lo sono.
ABRUZZO NON ISOLATO.
Si dice che oggi l'Abruzzo sia isolato, che non avrei saputo stringere una rete di alleanze e allora mi chiedo se quando queste c'erano l'Abruzzo ne avesse beneficiato in qualche modo. E vedo che le infrastrutture necessarie oggi erano le stesse di ieri, vedo che l'economia cresceva meno della media nazionale mentre oggi, secondo lo Svimez ed Unioncamere, l'Abruzzo cresce più della media del Paese anche se ne risente - ne risentirà sempre - il trend perché l'Abruzzo è in Italia, in Europa non è in Asia: le leggi, le regole, il grado di flessibilità del lavoro, la giustizia civile, la scuola, l'Università ed il contesto soci-economico sono quelli italiani non quelli di Singapore.
Mi dispiace contraddirla, Direttore, la nostra regione non è isolata, non è senza alleanze.
Come pensa che l'Abruzzo abbia evitato l'ulteriore riduzione del 5% dei fondi Fas? Come pensa che abbia ricevuto fondi per garantire l'assistenza a più di 20.000 famiglie in quantità superiore a quella di altre regioni che ne avevano altrettanto bisogno? Come pensa che abbia ottenuto una anticipazione dal governo nazionale di 200 milioni di euro sottraendola alle altre regioni cui era stata assegnata? Come pensa che sia stato eletto vice presidente dell'Assemblea delle regioni d'Europa? Si è chiesto, Direttore, come mai i tre presidenti di regione di Marche, Molise e Abruzzo firmarono quasi un anno fa, a Pescara, non ad Ancona, un accordo per la Pedemontana Marche-Abruzzo insieme ai Presidenti di ben otto province dalle Marche al Molise? Come mai il secondo progetto concreto che dà un senso alla teorizzazione della macroregione adriatica in campo energetico vede l'Abruzzo capofila? Come mai nel turismo la nostra regione è capofila o parte sostanziale di importanti aggregazioni e progetti interregionali con le regioni d'Italia turisticamente più evolute?
OBIETTIVI DEL FUTURO.
Direttore, lei afferma che chi legge il nostro Fas non ricava un'idea di regione. Francamente non capisco perché una strategia regionale, un disegno di regione debba vedersi dal Fas. Magari si potrebbe arguire dal Dpfr o meglio ancora dal documento del Quadro strategico regionale e dal Quadro strategico nazionale che mi premurerò di farle avere. Gli obiettivi per il futuro, le strategie, la posizione dell'Abruzzo non solo rispetto all'Italia ma al mare Adriatico e sopratutto all'area geopolitica dei Balcani (treno, in gran parte, perso da tempo come quello dell'alta velocità ferroviaria) e, aggiungerei io, il Nord Africa dalla Turchia al Marocco, le trova nei documenti strategici programmatici citati. Strategie queste che avrebbero dovuto essere sostenute dai fondi del Fas, da quelli del Masterplan, da quelli dell'accordo integrativo quadro per le infrastrutture e da quelli del Fesr. Nel documento del Fas trova solo una parte di quella visione strategica e cioè quella di una regione che vuole sostenere l'internazionalizzazione delle sue imprese per aiutarle a crescere anche dimensionalmente, l'innovazione e la ricerca perché non è auspicabile che per vincere la sfida della competizione internazionale si accetti di fondarla sulla manodopera a basso costo riducendo, quindi, il valore del lavoro.
IL NUOVO WELFARE.
Una regione che vuole perseguire l'obiettivo di vedere i nostri figli in scuole sicure, che vuole intervenire sui dissesti idrogeologici per ridurre il rischio di perdita di vite umane, che vuole puntare sul turismo e sviluppare il territorio montano, che vuole sostenere un nuovo welfare meritocratico dove le scarse risorse vadano a chi lo merita e non a tutti perchè altrimenti le sottraiamo a chi ne ha veramente bisogno, una regione che vuole migliorare il vergognoso tasso di depurazione delle acque reflue, che vuole realizzare il campus automotive per rendere più competitive le aziende di un settore trainante per la nostra economia, che vuole valorizzare la costa dei trabocchi e dare una speranze alle zone della nostra regione dove il reddito medio pro-capite è più basso. Caro Direttore le strategie - come avrà tempo di leggere - ci sono, quello che manca, oggi più di ieri, sono i fondi per tramutarle in fatti concreti. Ma non confonda l'assenza di risorse con l'assenza di strategie per l'Abruzzo. Nelle pieghe del Suo discorso poi, si percepisce una terza critica, forse la più forte, che permea tutte le sue considerazioni: quella della mia troppa accondiscendenza, o se vuole debolezza, nei confronti del premier e del governo.
Mi permetta una domanda retorica: l'autorevolezza di una Istituzione si vede dai risultati che consegue effettivamente o dalla esibizione muscolare improduttiva, soprattutto quando quei muscoli (l'Abruzzo era regione canaglia senza alcuna autorevolezza) sono di paglia?
L'AUTOREVOLEZZA.
Ebbene caro Direttore, i risultati prima solo accennati, le risorse non tagliate come alle altre regioni, le risorse aggiuntive conseguite ad esempio per gli ammortizzatori sociali etc. (a proposito: proviamo a chiedere alle altre regioni italiane il grado di autorevolezza dell'Abruzzo? Le risponderanno, all'unisono che quanto ottenuto dall'Abruzzo, considerato anche il terremoto, rappresenta un dato strabiliante considerato il momento delle finanze statali) stanno lì a dimostrare che l'Abruzzo ha oggi nei confronti del governo centrale una autorevolezza prima sconosciuta.
Ahi, triste pensare che talora valga più lo strepitio chiassoso ma assolutamente improduttivo rispetto ai risultai ottenuti con il lavoro silenzioso!
Vede Direttore, so bene che - soprattutto nei momenti di grande difficoltà - è facile per chi ha importanti responsabilità di governo cedere alla tentazione di assecondare gli istinti, le contestazioni, di condividere ed appoggiare i desiderata impossibili da realizzare che legittimamente si generano in una comunità; di assecondare e compiacere insomma i cittadini rinunciando nel contempo, però, alla autorevolezza del proprio ruolo: si chiama populismo!
NO AL POPULISMO.
Lo sforzo che sto facendo di contro, è quello di non cedere alle sue lusinghe, e di individuare, sempre, le vie possibili per raggiungere risultati migliori per il nostro Abruzzo; se a tal fine, è più produttivo un atteggimento maggiormente istituzionale rispetto ad un uno di aperta contestazione, io adotto il primo perché più favorevole per l'Abruzzo, fregandomene, mi permetta il termine, che si possa dire: Chiodi è debole! Il giudizio sulla mia persona viene molto dopo l'interesse dell'Abruzzo e degli abruzzesi. Questo è il mio modo di intendere la politica, lontana dalle liturgie politicanti, un modo in cui l'autorevolezza e la leadership non si conquista con la nomina, seppur importante, di un esponente di sottogoverno, si conquista, invece, con la responsabilità delle scelte e con la coerenza dei comportamenti.
Forse, a differenza di altri uomini politici, non sono un illusionista di fumisterie ben infiocchettate, ma le prometto che in autunno promuoverò convegni e simposi, pagati con le tasse degli abruzzesi - perchè non firmo cambiali che dovranno onorare i figli - dove parleremo dell'Abruzzo come ponte verso i Balcani, della macroregione adriatica, delle relazioni con l'hinterland romano, dell'Abruzzo come piattaforma logistica dell'Italia, dell'Abruzzo come cerniera tra il Nord ed il Sud, dell'Abruzzo tra i corridoi europei 5 e 8. Farò, insomma, come hanno fatto per anni quelli della vecchia scuola: slogan, luoghi comuni, mere enunciazioni di grande effetto senza alcun grado di concretezza (altrimenti tra tanta lungimiranza e alta visione strategica non avrei ereditato questo Abruzzo e queste città con servizi essenziali a rischio come i rifiuti urbani, le inefficienze del sistema idrico, il traffico ingestibile, la raccolta differenziata a livelli di profondo sud, piene di aree dismesse e deturpanti, porti non manutenuti per anni e mi fermo qui).
CON I PIEDI PER TERRA.
Direttore, io sono fatto per stare con i piedi per terra e mi farebbe piacere che i miei corregionali fossero certi che cerco di gestire in modo oculato i loro soldi, che quando dico che i costi della politica sono indecorosamente alti, poi li riduco veramente, che quando affermo di voler tagliare sprechi e privilegi per investire in tecnologie e professionalità, poi li taglio ed investo veramente, che quando dico che non si può continuare a cedere a tutte le istanze corporative elargendo a destra e manca risorse che non ci sono e quindi sottoscrivendo cambiali che poi passerà a pagare mia figlia, poi non cedo veramente e sono pronto ad affrontarne i costi politici semmai dovessero esserci. Non voglio insomma declinare le gravosissime responsabilità imposte dal mio ruolo e dal momento particolare, non voglio eludere le difficilissime scelte che si profilano cullandomi nel dolce quanto improduttivo populismo di maniera, non voglio piegare l'autorevolezza mio ruolo al facile ma effimero consenso. Vorrei al contrario essere ricordato come un presidente che ha avuto il coraggio delle scelte, che non si è limitato a mere enunciazioni o a passerelle ad effetto, ma che ha tentato di essere nelle azioni sempre coerente con gli intenti manifestati, come un presidente che ha lavorato con impegno totale per la sua regione: gli esiti, poi, li giudicheranno gli abruzzesi.
(*) Gianni Chiodi - Presidente Giunta Regione Abruzzo
Post scriptum
Una postilla: ho detto, quasi all'inizio della mia lettera che, nulla risparmiandoci in termini di critica, stimolo, sollecitazione, giudizi negativi, il dovere di una classe dirigente nel senso ampio inteso, è anche quello di esaltare i risultati positivi e gli aspetti gratificanti che una comunità nel suo complesso raggiunge, al fine di aumentarne la fiducia nei propri mezzi la fierezza, l'orgoglio, il senso identitario, tutti valori immateriali imprescindibili da cui promanano la capacita per la comunità di trascendere, di reagire, di osare.
E allora, se così è, aldilà delle appartenenze o degli schieramenti, è doveroso non minimizzare le positività, soprattutto se evidenti e di spessore, e non enfatizzare gli aspetti negativi quando rispetto alle prime sono di lieve entità: posso chiederLe, caro Direttore, se in tal senso, nell'interesse dell'Abruzzo, sente di aver fatto tutto il possibile?