ROMA Il problema è quello di sempre: come cambiare le parti più indigeste della manovra correttiva di agosto, senza toccare i saldi del decreto. In altre parole, dove trovare i soldi necessari per gli aggiustamenti. In più, ci sarebbe l'esigenza di dare al provvedimento quanto meno un'apparenza un po' più strutturale. Dentro questi binari si svolge il lavorio interno alla maggioranza, in attesa della prossima settimana quando partirà l'esame in commissione al Senato.
Così accanto ad ipotesi che presentano serie difficoltà tecniche - quali una nuova tassazione retroattiva dei capitali che nel 2009 sfruttarono lo scudo fiscale o il trasferimento del Tfr in busta paga - ieri è emersa quella di una nuova sanatoria sui titoli e depositi tuttora giacenti all'estero. Insomma non una penalizzazione ex post, ma uno scudo nuovo di zecca, che non sarebbe il secondo ma il terzo o meglio ancora il quarto, considerando quelli del 2002-2003.
L'idea, che circola in ambienti parlamentari, prevederebbe un'aliquota più alta del 5 per cento richiesto dal governo due anni fa a chi voleva mettersi in regola, e sarebbe collegata alla proposta franco-tedesca di una tassazione delle transazioni finanziarie. Potenzialmente il gettito potrebbe essere notevole. Secondo uno studio pubblicato recentemente da due economisti della Banca d'Italia, la sanatoria del 2009 (che consentiva sia il rimpatrio vero e proprio sia la semplice regolarizzazione della attività detenute all'estero) avrebbe portato allo scoperto solo una parte dei beni e dei capitali. A fine 2010 in base a queste stime potrebbero ancora trovarsi oltre confine più di 100 miliardi, dunque una somma anche maggiore dei 97 interessati dall'operazione precedente.
Non mancano però anche i possibili ostacoli, se non altro sul terreno della credibilità visto che lo scudo 2009 era stato presentato dal governo come l'ultima occasione per rientrare nella legalità, di fronte alla nuove norme internazionali in tema di paradisi fiscali.
Su un eventuale nuovo intervento sui capitali già rimpatriati o regolarizzati gravano incognite ancora maggiori, anche di natura giuridica e tecnica visto che si tratterebbe sostanzialmente di modificare un impregno preso a suo tempo con gli interessati, che per di più aderivano attraverso le banche con la garanzia dell'anonimato.
L'altra novità di cui si discute è l'idea più volte proposta dal leader leghista Bossi di dirottare nelle buste paga dei lavoratori il flusso del Tfr, invece di destinarlo al momento in cui si lascia il lavoro. In questo modo sarebbe forse possibile dare uno stimolo ai consumi. Va però ricordato che non più di quattro anni fa il governo allora in carica (sulla base di una decisione del precedente) si impegnò per convincere i lavoratori a destinare il trattamento di fine rapporto ai fondi pensionistici integrativi; e nel caso delle aziende con almeno cinquanta dipendenti, i versamenti di chi non aveva aderito alla previdenza complementare sono stati poi dirottati in un fondo pubblico gestito dall'Inps. Ora queste risorse dovrebbero essere smobilizzate.
In campo fiscale resta in pista l'ipotesi di un ricorso all'aumento dell'Iva, che però si scontra da una parte con le perplessità per i possibili effetti sui prezzi, dall'altra con il fatto che una parte di queste possibili risorse è già di fatto prenotata per garantire i 20 miliardi collegati alla delega fiscale, nel caso in cui il taglio delle agevolazioni si riveli insufficiente.
Infine, il capitolo pensioni. Una parte del Pdl insiste perché qualche misura sull'anzianità sia inserita nel decreto, nonostante il no della Lega e di Cisl e Uil, e le perplessità del ministro Sacconi. Una proposta di compromesso prevede non la sostanziale cancellazione dell'anzianità ipotizzata la settimana scorsa, ma il semplice anticipo al 2012 della quota 97 (uscita con 35 anni di contributi e 62 di età, oppure 36 e 61) che dovrebbe entrare in vigore l'anno successivo. In questo modo - è il ragionamento - sarebbe ripristinato dal prossimo anno il regime previsto dalla legge Maroni del 2004 e poi ammorbidito dal centro-sinistra.