ROMA - «Incostituzionale, un'operazione non praticabile». Il responso dei giuristi è stato netto. Silvio Berlusconi ne ha preso atto, difficilmente riaprirà il discorso, accogliendo le proposte dell'opposizione di Pd e Idv. Una tassa sui capitali «scudati», rientrati un anno fa dai paradisi fiscali, da Svizzera, Montecarlo e Linchstein, non può essere un'alternativa credibile al contributo di solidarietà. E' questo che pensa il premier. Anche perché ridiscutere la questione vorrebbe dire rendere incerti due punti sui quali viene imbullonata la manovra: saldo immodificabile e tempi certi, come chiede l'Europa.
Berlusconi intende muoversi con cautela, sia nei confronti dell'opposizione, alla quale ha riproposto il dialogo, sia con i frondisti del Pdl che presenteranno ipotesi diverse per togliere cancellare, o quantomeno rimodulare, il contributo di solidarietà per i redditi sopra i 90 mila euro. Una riunione con i vertici del partito è convocata nei primi giorni della prossima settimana a Palazzo Grazioli quando la manovra sarà all'esame della commissione Bilancio della Camera. E Angelino Alfano, segretario Pdl, incontrerà probabilmente già lunedì i frondisti per ascoltare le loro proposte. Ma come spiegano fonti della maggioranza l'idea di tassare coloro che hanno fatto rientrare soldi esportati all'estero, è «illegittima e facilmente impugnabile». Innescherebbe una sequenza di contenziosi giudiziari. Perché tutto si basava sulla segretezza dell'operazione, essendo un patto tra Stato e cittadino. E quel patto verrebbe brutalmente violato. Inoltre verrebbe minata la credibilità dello Stato, se dovessero cambiare le condizioni di quel patto in corso d'opera.
Ma, come spiega Massimo Corsaro, vice-presidente dei deputati Pdl, c'è da tenere in considerazione un fattore decisivo: «L'operazione Scudo non fu un gran successo, lo Stato, attraverso il fisco, incamerò con la tassa del 5 per cento circa 7 miliardi di euro. Riuscì comunque a riportare in Italia 106 miliardi di euro. E di questi soltanto 5 o 6 miliardi vennero reimpiegati per ricapitalizzare le aziende». L'ipotesi che sembra maturare in seno alla maggioranza sarebbe quella di un progetto di defiscalizzazione per quegli imprenditori che vogliono ricapitalizzare la propria azienda. Corsaro aggiunge: «Se lo Stato non riesce più a dare contributi, se le banche sono frenate da Basilea3 a non concedere denaro, sarebbe questo uno strumento per ridurre le tasse alle aziende e iniettare denari per il rilancio industriale». Ma nel governo il «cantiere è aperto», anche se è piuttosto complicato, va ripetendo il Cavaliere, rimettere mano a un piano che può essere corretto, ma non riformulato. «Così com'è regge, se lo cambiano rischia di crollare tutto». In ogni caso, sa di poter contare sulla Lega, fedele alleato, malgrado le forti turbolenze che l'elettorato leghista riserva alla manovra.
Anche Alberto Giorgetti, sottosegretario all'Economia, ha escluso una tassa sui capitali scudati: «E' di difficile applicazione, perché i riferimenti ai dati sono complicati», ha spiegato. Le difficoltà ci sono, ha sottolineato, perché per chi ha utilizzato lo scudo c'era la «garanzia dell'anonimato». Inoltre ricostruire il percorso è molto difficile. Il ministro leghista Roberto Calderoli non esclude modifiche su questa tassazione, anche se precisa: «Vediamo di decidere in maniera molto riservata sulle soluzioni per poi presentarle in Parlamento».
Rossi: «I patti con i contribuenti
non possono essere violati»
ROMA No a un nuovo prelievo ex post su chi aderì allo scudo fiscale del 2009, e no anche alla proposta di una nuova edizione della sanatoria. Nicola Rossi, economista e senatore nonché voce critica del centro-sinistra, si mette quasi a ridere di fronte alle ipotesi che circolano in vista di possibili modifiche all'ultimo decreto del governo. Ma è una risata amara, che prende atto di una situazione in cui a suo parere «la debolezza del governo è oltre ogni immaginazione».
L'idea di tornare a chiedere soldi a chi aderì allo scudo 2009 è del Pd, ma la maggioranza almeno per un momento l'ha presa in considerazione.
«La mia posizione è semplice: in linea di principio non è una buona regola fare un patto con i contribuenti e poi violarlo».
Però quel patto era abbastanza conveniente per chi voleva regolarizzare le attività detenute all'estero.
«Certo e infatti io dico che il governo fece molto male, all'epoca, ad offrire la regolarizzazione di quei capitali a prezzi di saldo. Ma una seconda tassazione, oltre ad essere tecnicamente complicata, sarebbe ai limiti della legalità. Anzi, credo che non sarebbe proprio legale».
Meglio allora puntare direttamente su un nuovo scudo? Sembra che i capitali potenzialmente interessati non manchino...
«La proposta di un nuovo scudo, se confermata, vorrebbe dire che governo e maggioranza sono davvero alla frutta. Non dubito che ci siano ancora attività all'estero, ma siamo proprio fuori strada».
Lei su quale strada suggerirebbe di muoversi?
«Tutti i commenti a questa manovra si sono concentrati sul suo carattere poco strutturale. Se la risposta è un nuovo condono, non si va davvero da nessuna parte. Servono appunto cose strutturali, in materia di previdenza, di liberalizzazioni, di privatizzazioni. Ma per realizzarle ci vorrebbe un governo in grado di impegnarsi, una forte volontà politica, mentre al momento io vedo una debolezza oltre ogni immaginazione».
Ritiene possibile una stagione di privatizzazioni come quella degli anni Novanta?
«Iniziamo dal patrimonio immobiliare, compreso quello degli enti locali. Poi passiamo al portafoglio mobiliare dello Stato: si possono mettere sul mercato le Poste, un bel pezzo della Rai. Ma l'elenco è più lungo. Se scaviamo dentro le partecipazioni delle società pubbliche, troveremo delle belle sorprese».