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Pescara, 12/04/2026
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Data: 20/08/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Bossi in fuga dopo le proteste rilancia sulla secessione. Via di notte dal Cadore: l'Italia finisce male, pronti alla Padania

CALALZO DI CADORE (Belluno) - Dialogo notturno fra Umberto Bossi e un cameriere dell'hotel Ferrovia: «Tutto bene ministro?»; «Tutto brutto, brutto, brutto»; «A che ora parte domani?»; «Parto stanotte». Senza stringere mani, senza arrivederci. Solo i pochi commensali che su alla baita di Lorenzago festeggiano il compleanno di Tremonti hanno l'onore di accomiatarsi da lui. Poi l'auto del Senatur sfreccia via.
«E' la prima volta che succede, ma Umberto ci ha abituati a decisioni improvvise» giustifica il concierge che è pure dirigente leghista. I berci dei leghisti delusi saliti in Cadore per ostentare il loro smarrimento hanno infatti innervosito il capo, e l'assenza totale di qualche sostenitore che coprisse le voce del malumore con un «vai Umberto» lo ha sconfortato. E' «tutto brutto, brutto, brutto». E dunque a notte fonda parte l'ordine all'autista: fare i bagagli in fretta e furia e puntare verso la pianura sperando che i vicentini di Schio, dov'è in programma un suo comizio, sapranno essere più clementi. Per andare sul sicuro, peraltro, con i leghisti veneti Bossi rispolvera il repertorio della Lega di lotta, più che di governo, tornando a evocare la secessione. «Non è per domani ma per dopodomani che arriva la Padania: l'Italia l'hanno capito tutti che va giù e dobbiamo prepararci. L'Italia sta finendo, sta finendo male e bisogna prepararsi al dopo».
C'è chi sostiene, a Roma, che dopo aver ceduto sui fondi agli enti locali (causa prima della furia della Lega di periferia) ci sia l'intenzione di mollare qualcosina in tema di pensioni. «No e no e no», protesta Calderoli, «le pensioni vanno bene così». «Abbiamo bloccato l'aumento dell'Iva, lo voleva il partito di Berlusconi», rivendica da Schio lo stesso Bossi, che ripete anche che «le pensioni assolutamente non si toccano, sono i giornali che inventano». Ma ci sarà da spiegarlo al resto della coalizione che inizia a manifestare crescente insofferenza per i diktat leghisti.
«La nostra gente ha l'impressione che la manovra colpisce solo e sempre i soliti, per questo va cambiata» dice da Verona il sindaco Tosi, avanguardista di un malcontento che lo spinge a rivolgersi alla Lega romana invitandola a interrompere le mediazioni col Pdl e semmai a trattare anche con l'opposizione: «Altrimenti finiamo massacrati». Così il Bossi fuggiasco si ritrova schiacciato fra un movimento per la prima volta davvero sul piede di guerra e un'alleanza che lo costringe dentro un perimetro strettissimo: «Lunedì facciamo il Consiglio federale e decideremo il da farsi» annuncia Calderoli. Che è un po' come chiedere altri tre giorni di tempo.

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