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Data: 22/08/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Crisi, la scossa di Napolitano «Una svolta per la crescita. La maggioranza ha esitato a riconoscere la gravità della situazione»»

E perché, infine, in questa crisi il Paese non è sprofondato per caso. E' quasi esplicito il riferimento al governo che ha spacciato incautamente ottimismo per ragioni di bottega: «Non si dà fiducia minimizzando o sdrammatizzando i nodi critici della realtà, ma guardandovi in faccia con intelligenza e coraggio». Quello che è mancato, insomma, è «il linguaggio della verità» sacrificato dalla maggioranza «alla preoccupazione di sostenere la validità del proprio operato anche attraverso semplificazioni propagandistiche».
Ci sono stati pensieri sbagliati, parole sbagliate, opere sbagliate. E omissioni imperdonabili. Napolitano punta l'indice contro «le assuefazioni e le debolezze nella lotta all'evasione (fiscale) di cui l'Italia ha ancora il triste primato». Una stortura dal punto di vista economico, legale e morale «divenuta intollerabile, da colpire senza esitare» con ogni mezzo possibile. E tuttavia, se le colpe del governo e della maggioranza sono evidenti, nessuno può chiamarsi fuori. Neanche l'opposizione che seguita a ricondurre «ogni criticità a colpe del governo, della sua guida e della coalizione su cui si regge». E neppure le parti sociali che oltre ad avere «approcci di interesse settoriale devono essere all'altezza dei problemi da sciogliere e delle scelte da operare».
Ma non è solo questo. Ci sono anche colpe più antiche. E' da almeno vent'anni, dice il capo dello Stato, che un Paese dove si è perduto il senso «del bene comune» ha iniziato a scivolare: non è mai stato avviato «un effettivo superamento del divario fra Nord e Sud», la diseguaglianza nella distribuzione del reddito «negli ultimi due decenni è cresciuta, e lo stesso può dirsi per il tasso di povertà». Ma soprattutto è stata la politica a dimostrare di essere inadeguata. Vent'anni di politica - quelli cioè della Seconda Repubblica - che Napolitano sintetizza in modo impietoso: «Chiusure, arroccamenti, faziosità, obiettivi di potere, personalismi dilaganti in seno ad ogni parte». Impietosa anche la sintesi: «Non si poteva andare, e non si è andati molto lontano».
Adesso tempo non ce n'è più. «Si impone un'autentica svolta per rilanciare il Paese». L'Italia deve recuperare affidabilità per i conti pubblici, per la cultura della stabilità finanziaria, «ma pure la capacità di tornare a cresce più intensamente» fino a tornare «ad avere una voce credibile» in Europa. Non che sia una cosa semplice, anzi. Però nel Dna di questo Paese c'è la capacità di «sapersi rialzare da tremende cadute e poi evitare fatali vicoli ciechi». Molto, ancora una volta, dipende dalla politica: «E non credo che la sua impermeabilità possa durare ancora a lungo sotto l'incalzare degli eventi». Come se la via per uscire dalla crisi fosse indicata dalle urgenze della crisi stessa visto che sta diventando «insostenibile il prezzo che si paga per il prevalere di calcoli di parte e di logiche di scontro».
Non usa, questa volta, la parola coesione. Forse perché si è perfino stancato di ripeterla. Ma in questo suo manifesto di fine estate, aleggia dalla prima all'ultima riga l'ennesimo invito «a valorizzare ogni sforzo di disgelo e di dialogo». Un esempio da seguire, nei centocinquant'anni della nostra storia, c'è: «E' l'esperienza della straordinaria stagione dell'Assemblea costituente». Altro non dice, nel timore che possa diventare, la sua, l'indicazione di una soluzione di architettura politica in grado di condizionare gli attuali assetti delle alleanze. «Ma se mi si chiede se la grande tensione e il grande impegno di quei giorni può essere ritrovato, io rispondo che la forza delle cose e la drammaticità delle sfide possono spingerci verso una ricostruzione democratica, politica, morale e materiale».

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