ROMA «Questa manovra è iniqua, come stupirsi che ci si mobiliti per cambiarla?». Firmato: Pier Luigi Bersani. Pressato di qua perché il Pd si opponga e sconfessi la Cgil e il suo sciopero generale; pressato di là dalla sinistra interna (Vita, Patta) perché invece vi aderisca senza se e senza ma, il leader democrat ha sciolto gli indugi e per evitare di trasformare uno sciopero nell'ennesima via crucis del partito ha preso posizione e ha detto la sua abbastanza chiaramente. «Con tutto quello che il Pd pensa di questa manovra dovrebbe forse stupirsi di uno sciopero o di una qualsiasi altra forma civile di mobilitazione o di protesta?», domanda non retoricamente Bersani sul sito Internet del partito. Altro che sconfessione della Cgil, altro che crocefissione di Susanna Camusso come chiedono settori del Pd che vanno dagli ex popolari di Marini e Fioroni agli ex liberal dei Ds. Scende in campo adesso un gruppo di quarantenni, una quindicina di parlamentari alcuni vicini al vice segretario Enrico Letta, che stanno preparando un duro documento esplicitamente anti-Cgil dal titolo «Non ora», dove si condanna senza tentennamenti lo sciopero e si invitano i dirigenti del sindacato a ripensarci.
Tirato di qua e di là, Bersani prende posizione. Non chiude alla Cgil, senza per questo sposarne la piattaforma. Più semplicemente e realisticamente, fa prevalere le ragioni della protesta rispetto ai distinguo o alle prese di distanza. Non convincerà tutto il partito, ma evita almeno di discostarsi dalla propria base elettorale. Il segretario annuncia anche la partecipazione «a tutte le varie iniziative sindacali, laddove ci siano piattaforme compatibili con i nostri obiettivi». Bersani torna a stigmatizzare il rischio di divisione delle forze sindacali (il primo accenno, l'altro giorno, aveva indispettito Camusso, «sono Cisl e Uil che dividono il fronte»), ma è al governo e al ministro Sacconi che Bersani accolla la colpa, «lavorano per la divisione con una irresponsabilità che lascia sgomenti».
Bersani in serata è andato alla festa di Reggio Emilia a illustrare questi concetti aggiungendoci, nella città del Tricolore, l'annuncio che il Pd ha pronto un emendamento per chiedere al governo di ritirare la cancellazione delle feste civili del primo maggio, 25 aprile e 2 giugno.