Chi scrive ha avuto il privilegio di collaborare a lungo con Luciano Lama e Bruno Trentin. Ha quindi una vera e propria fissazione per l'unità sindacale. Sa anche - come loro sapevano - che uno sciopero generale della sola Cgil è sempre una scelta rischiosa, perché divide il mondo del lavoro.
Chi scrive, inoltre, crede che forse sarebbe stata (e sarebbe ancora) più utile ed efficace una campagna di lotte articolate nelle fabbriche e sul territorio, capace di tenere sotto pressione la maggioranza nel corso dell'intero iter parlamentare della manovra finanziaria. Chi scrive, però, pensa pure che la Cgil meriti più rispetto. Perché è l'unico organismo di massa che, in questo paese, prova a mobilitarsi per impedire che il risanamento dei conti pubblici venga pagato quasi esclusivamente dai ceti più deboli. E lo fa sulla base di proposte precise, che lo schieramento delle opposizioni dovrebbe considerare con maggiore attenzione.
Non ci piace, insomma, il fuoco amico che in queste ore sta bersagliando la confederazione di Susanna Camusso. Lo sciopero del 6 settembre non sarà la migliore delle decisioni in un momento di difficoltà per l'economia italiana, ma certe critiche stanno passando il segno. Lasciamo stare le accuse di irresponsabilità mosse da quanti, anche a sinistra, non sono insensibili a quel modello politico neoautoritario secondo cui il governo amministra, il sindacato disciplina e l'impresa crea ricchezza. In una lettera pur piena di salamelecchi e di ossequi formali, un gruppo di giovani deputati del Pd (sempre"quarantenni", tanto per non smentire la moda) invitano la Cgil a non lasciarsi strumentalizzare da coloro che vogliono dividere il movimento sindacale e gettare alle ortiche l'intesa unitaria di giugno sulle regole contrattuali e della rappresentatività. Non si può che essere d'accordo. Solo che un invito analogo avrebbero dovuto rivolgerlo anche a Cisl e Uil, incitandole a non lasciarsi strumentalizzare dal ministro del Lavoro, che non ha mai nascosto il suo disegno di mettere fuori gioco il sindacato maggioritario.
La verità è che da qualche tempo a questa parte la destinataria degli appelli alla moderazione è soltanto la Cgil, mentre alla Cisl viene riservato il ruolo di vettore unico della modernizzazione delle relazioni industriali. Molti, nel partito di Pier Luigi Bersani, la pensano in questo modo. Solo che non è non è questo il modo per dare un contributo positivo al superamento di quel bipolarismo sindacale che costituisce, come è sempre più evidente, uno dei frutti più avvelenati della Seconda Repubblica.