Di Pietro ha detto che aderirà allo sciopero indetto dalla Cgil per il 6 settembre, e non è chiaro perché il Pd non l'abbia ancora preso a calci nel sedere. Non è vero, dice, che lo sciopero avvantaggia Berlusconi: «Ogni volta che abbiamo manifestato abbiamo aiutato i cittadini ad aprire gli occhi». Basta dirlo, e Di Pietro l'ha detto: «Dovrebbe essere Bersani a spiegare lo sciopero a noi, partito di ispirazione liberaldemocratica». Di ispirazione liberaldemocratica, ha detto.
C'è bloccare una manovra - ha detto pure - che di fatto contiene l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E lui, su questo, ha una posizione chiara. Anzi, ne ha addirittura due. Nel febbraio 2003, quando si discuteva di una proposta referendaria per estendere l'articolo 18 anche alle aziende con meno di quindici dipendenti, disse: «L'estensione dell'articolo 18 produce condizioni di non governabilità. La consultazione provocherà più danni che benefici. Rivendichiamo diritti per tutti i lavoratori, ma tutto questo si dovrà ottenere attraverso le leggi e non tramite il maglio referendario». Poi, il 2 maggio successivo, il riformista era già diventato un picchettaro di Mirafiori: «Voterò sì. Oggi il quesito si pone così: stai dalla parte dei lavoratori o dei padroni? Io, Antonio Di Pietro, sono sempre stato dalla parte dei più deboli».
La strategia - Così o in altro modo, è da una vita che il molisano gioca a fottere consensi al Partito democratico: la strategia resta quella dell'opposizione unica, intesa come tentativo di attrarre l'area più movimentista del partito e cioè i giovani, gli operai, i blogger, i grillini eccetera. Da quattro anni, appunto, c'è sempre la stessa scena e lo stesso cannibalismo: «Scendiamo in piazza per manifestare contro le politiche di questo governo, chi non sarà con noi sarà alla stregua del governo Berlusconi: il Pd si tolga il cappello da primo della classe e venga in piazza come tutti noi». L'ha detto ieri, Di Pietro? No, l'ha detto a novembre di due anni fa: c'era in ballo un'altra manifestazione, e il copione si è ripetuto tutte le volte. È il peccato originale veltroniano: Tonino nel febbraio disse che «l'Italia dei Valori creerà un unico gruppo con il Pd con l'obiettivo di confluirvi». Unico gruppo. Confluire. Le parole erano quelle: tanto per chiarire che cosa non gli passerà neppure per l'anticamera del cervello. «Unica opposizione», di lì in poi, si tradurrà nella sistematica denuncia di un Berlusconi generico corruttore - more solito - e poi nel giochino ricattatorio delle manifestazioni.
Le manifestazioni - La prima la scippò a Micromega: si annunciava la «Giornata per la giustizia contro le leggi vergogna» (No Cav day) e Di Pietro se ne impossessò subito; Veltroni declinò con decisione e finì come si ricorderà: in Piazza Navona, Sabina Guzzanti attaccò il Papa e Beppe Grillo se la prese col Capo dello Stato. Un sondaggio dell'Espresso diceva che Di Pietro era «il più attivo nell'opposizione a Berlusconi», e il giochino gli piacque. A quel punto la convergenza col Pd divenne definitivamente una comica: Veltroni diceva che in Italia non c'era un regime, Di Pietro parlava di «moderna dittatura»; in Abruzzo, Veltroni auspicava un'alleanza paritaria, Di Pietro voleva imporre un suo candidato. Spuntò una manifestazione organizzata da Veltroni e Di Pietro rispose che «noi non andiamo al seguito di nessuno». Poi ci andò, anche se non l'avevano neanche invitato. Tutto il resto fu identico: altre manifestazioni, altri inviti, altri ricatti, Di Pietro che alle Europee arruola una serie di intellettuali vegliardi e abbandonati dal Pd, poi lo spoglio delle schede - 4 giugno 2009 - ed esiti che tutti sospettavano sapevano da tempo: l'Italia dei Valori raddoppiò i voti (7,98 per cento, il doppio o quasi rispetto alle politiche del 2008) e circa il 50 per cento dei voti risultarono smembrati dal Partito democratico. Ora, dopo aver scippato al Pd persino il referendum sull'acqua, sta soltando proseguendo il lavoro.