Iscriviti OnLine
 

Pescara, 12/04/2026
Visitatore n. 753.050



Data: 30/08/2011
Testata giornalistica: Rassegna.it
Verso lo sciopero generale del 6 settembre - L'opposizione, la Cgil e lo sciopero

In altri paesi l'opposizione avrebbe un solo problema: non lasciar cadere la protesta sociale "utilizzandola" per dar forza alle sue controproposte. Da noi, invece, è nato un dibattito sorprendente sul sindacato

È proprio sorprendente - come è stato notato e detto - la discussione che si è aperta sulla decisione della Cgil di proclamare lo sciopero generale per il prossimo sei settembre. A sorprendere, però, non sono tanto le argomentazioni del governo, che nega l'utilità dello sciopero, sentendo contestata con durezza la sua politica economica, presentata fino a qualche settimana fa all'insegna del tutto va bene e dei reiterati inviti a non prestare orecchio ai soliti profeti di sventura che strumentalmente indulgerebbero in rappresentazioni a tinta fosca delle vicende del paese.

I fatti hanno smentito la descrizione edulcorata dello stato delle nostre finanze e dell'economia, ma si può capire - e comunque era largamente prevedibile - che, avendo deciso di non prendere quelle misure di drastica equità che la Cgil e altri propongono, l'attuale confusa e declinante maggioranza cercasse di ricompattarsi contro il nemico esterno. E tentasse, per sovrappiù (senza, ahimè, che Cisl e Uil se ne siano dissociate, provandone una salutare vergogna), di assestare un colpo a una forza sociale, a dispetto di tutto tanto radicata e rilevante, la cui ostilità sarebbe stato assennato preoccuparsi di temperare, evitando almeno di inasprire un contenzioso di natura strettamente sindacale come quello inserito con plateale malafede all'articolo 8 del decreto della vigilia di ferragosto.

No, quello che meraviglia è l'atteggiamento di quelle forze dell'opposizione che da una parte tuonano contro la manovra finanziaria e dall'altra ci tengono a sottolineare che la Cgil sbaglia e auspicano che da essa si prendano le debite distanze, in nome dell'incongrua e ormai insopportabile nozione di riformismo fatta passare da quelli che il riformismo non sanno nemmeno lontanamente cosa sia, come si pratichi e in favore di chi (una ripassata agli scritti di Fernando Santi non guasterebbe) e sono riusciti nel capolavoro di proporne uno, di tipologia curiosa, che - contraddicendo, per così dire, la sua ragione sociale - si ripromette di peggiorare le condizioni della gente più debole invece di migliorarle.

In altri paesi l'opposizione avrebbe un solo problema: non lasciar cadere la protesta sociale "utilizzandola" per dar forza alle sue controproposte in modo da allargare, anche per questa via, l'area del consenso necessario per impedire scelte inique e conquistare nuovi equilibri politici. Sarebbe questo l'unico modo onesto di compiere davvero un atto di lealtà nazionale, combattere strenuamente, coinvolgendo il paese, ciò che si reputa dannoso, inutile, privo di prospettiva. Bersani su questo ha commentato nel modo giusto: non si tratta di dire se si sia favorevoli o meno allo sciopero, ma di trovarsi nei punti in cui ci si mobilita per la stessa battaglia e con tutti quelli che, magari affidandosi a strumenti diversi, la condividono.

Lo "scalpo" dei contratti
Si potrebbe chiudere qui. Ma c'è una questione che va ancora sottolineata ed è questa. Non c'è una sola ragione che abbia imposto di inserire in questa manovra finanziaria, già tanto accidentata, il capitolo dedicato alla contrattazione e ai suoi contenuti. E non ce n'è una sola che impedisca di correggere l'errore, rinviando la questione - se la si ritiene importante - a un successivo approfondimento. Al contrario, ciò che emerge è solo la volontà di rimarcare la propria collocazione di campo, che viene riproposta, ogni volta che capita, per ingraziarsi un potenziale avversario (la Fiat e Marchionne, ma anche altre parti del mondo confindustriale) e spezzare il processo di ricostruzione di un sistema di rapporti sindacali e industriali equilibrati e trasparenti avviato con l'accordo del 28 giugno.

È una specie di scalpo del nemico che si è voluto offrire alla tribù presso cui si spera di acquistare considerazione, proprio mentre si stavano accendendo i calumet della pace. Ed è anche il segno di un degrado della qualità delle relazioni tra le parti, equivalente al gesto dell'ombrello assurto ormai a concetto politico grazie alle quotidiane finezze intellettuali di leghisti e non solo. Non può essere sfuggito a nessuno che, manipolando l'interpretazione del testo concordato, si stia puntando ad accreditare una versione sostenuta, in dispregio della lettera e del buon senso, solo dagli oltranzisti presenti attorno al tavolo della trattativa (retroattività delle deroghe e dell'erga omnes, per esempio) con l' esplicito scopo di creare difficoltà alla Cgil e alla sua dirigenza impegnata a sostenere l'intesa nel referendum di iscritti e lavoratori promosso per i primi di settembre. Magari con la nascosta speranza che vada male e si possa di conseguenza censurare la confermata inaffidabilità del sindacato massimalista.

La gravità degli effetti delle norme inserite nel decreto governativo sono state denunciate subito dal sindacato di corso d'Italia, ma sono stati esperti e osservatori d'altra estrazione politica e sindacale a evidenziare i rischi di cambiamento, fino al sovvertimento, di norme e principi elementari del diritto del lavoro e del diritto tout court. A cominciare - ed è un'enormità - dalla possibilità, che il provvedimento del governo consente al contratto aziendale, di modificare non solo i contratti nazionali ma le stesse norme di legge, tracciando una singolare distinzione tra quelle di serie A che si debbono rispettare e tutte le altre di serie inferiore che possono anche non esserlo.

A questo proposito, lascia senza parole un'affermazione del segretario generale della Uil, letta in un'intervista dei giorni scorsi, che rimarca orgogliosamente, così si intuisce dal tono, come il potere del sindacato sia ormai arrivato, grazie al decreto, a un punto tanto alto da poter persino, all'esito di un negoziato sindacale e senza passare per il Parlamento, cambiare le leggi. Forse il giornalista ha capito e scritto male. Forse a me è sfuggita la successiva rettifica e smentita. Forse l'espressione voleva essere solo ironica e basta e il suo senso autentico si è perso nella resa giornalistica. C'è da augurarsi che sia andata così.

www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it