ROMA - I conti non tornano. Quelli dell'economia globale, dell'Europa, dell'Italia, della manovra bis. L'esercizio politico di spostare le poste come birilli ha forse preservato il consenso dei rispettivi elettorati, meno i saldi di un provvedimento d'urgenza richiesto dalla Bce per anticipare al 2013 il pareggio di bilancio. Il rischio è che, a breve, quei conti si debbano riaprire per un terzo, doloroso, intervento. Tre manovre in tre mesi, l'Italia come la Grecia, è il pericolo da scongiurare a tutti i costi.
I sintomi, però, ci sono tutti. Il vertice di Arcore di lunedì 1 ha, di fatto, aperto un primo "buco", stimato dall'opposizione ma anche da studiosi ed economisti in almeno 5 miliardi: tolto il contributo di solidarietà (3,8 miliardi di euro in tre anni), concessi 2 miliardi di minori tagli agli enti locali (diventano 3 se uno si storna dall'introito della Robin Hood tax), le compensazioni paiono evanescenti. La stretta sulle società di comodo, la scure sulle Coop, il gettito dell'evasione passato in gestione ai Comuni, sul pallottoliere della contabilità pubblica per ora valgono zero. Così come le riforme costituzionali (abolizione delle Province e dimezzamento dei parlamentari).
Poi i dubbi di costituzionalità aperti dal caso supertassa, rimasta per pensionati e statali, e dal caso pensioni, che comunque forniranno introiti solo a partire dal 2013 (500 milioni), fanno pensare ad un'altra falla da riempire. Infine, la delega fiscale da 20 miliardi, corposa ma ancora nebulosa, che nasconde l'aumento dell'Iva.
Poi c'è il contorno. Fatto di stime sulla crescita in forte ribasso (lo diceva lunedì il Fondo monetario internazionale 2 per il mondo e l'Italia, ieri l'Istat 3e anche la Banca d'Italia 4). Interessi sui titoli di Stato italiani che lievitano a vista d'occhio (gli spread con i Bund tedeschi 5 hanno ripreso a correre). Numeri che i mercati sanno leggere benissimo e che, inevitabilmente, cambieranno le condizioni italiane per aver deficit zero nel 2013.
"Le stime sul Pil dell'Fmi possono anche peggiorare, perché calcolate senza tenere ancora in conto l'effetto comunque depressivo delle due manovre estive", dice Mario Baldassarri, economista e senatore Fli. "Al momento la minore crescita, da qui al 2013, è stimata in due punti in meno. Ovvero un punto in più di deficit. Ovvero 15 miliardi nel 2013.
Il pareggio, nei numeri non c'è più. Servirà una manovra ter da 25-30 miliardi che non ci possiamo però permettere. A che titolo la Bce continuerà a comprare i nostri titoli?". Tra una ventina di giorni il governo presenterà il nuovo Def, con il Pil rivisto. "Il punto è correggere i conti, subito, ma con misure strutturali", dice Nicola Rossi, economista, gruppo misto. "Questa manovra bis, così sbilanciata sulle entrate, ne avvicina una terza. Sì, sembra proprio l'iter greco".
Manovra, assedio di Pdl e Lega a Tremonti
il premier: saldi a rischio, aumentiamo l'Iva
Le nuove misure non bastano, secondo i calcoli degli esperti e della Ragioneria, a garantire la copertura dei 45 miliardi previsti. Il Cavaliere: "Ma Giulio ci aveva garantito su tutto". Il Carroccio reclama una modifica alla misura sul riscatto di laurea e naja. Il Colle ha dubbi sulla eventuale fiducia al Senato. Domani Cdm di CARMELO LOPAPA
Manovra, assedio di Pdl e Lega a Tremonti il premier: saldi a rischio, aumentiamo l'Iva Giulio Tremonti
ROMA - "Se ci ritroviamo spalle al muro, allora rimettiamo mano all'Iva e con quel punto recuperiamo i 5 miliardi, con buona pace di Giulio". All'indomani del vertice di Arcore Silvio Berlusconi è un uomo assalito da dubbi.
Un premier che a collaboratori e ministri sentiti a più riprese in giornata confida incertezza e preoccupazione. E una profonda irritazione nei confronti di Tremonti, ancora una volta.
Perché sarebbe stato proprio il ministro delle Finanze, nel lungo summit di due giorni fa, ad assicurare che pur dimezzando i tagli ai comuni e abolendo il contributo di solidarietà, altre misure di lotta all'evasione e all'elusione avrebbero garantito il mantenimento dei saldi. Il conto dei 45 miliardi sarebbe comunque tornato, insomma.
Ieri a Palazzo Chigi si sono accorti che le cose stavano diversamente, a sentire la stessa presidenza del Consiglio. Il Cavaliere l'ho appreso da Gianni Letta, che ha tenuto i contatti con la Ragioneria dello Stato: l'organismo contabile avrebbe informato in via informale che le entrate previste con le nuove misure post-vertice lascerebbero uno scoperto di circa 6 miliardi di euro rispetto alla manovra del 12 agosto.
"A questo punto Giulio deve darci le cifre, misura per misura" sarebbe sbottato il premier coi suoi. Tanto più che il tempo stringe, il governo deve mettere a punto gli emendamenti correttivi, stavolta nero su bianco per davvero, entro domani. Perché in commissione Bilancio al Senato si entra nel vivo con le votazioni. Ministri pidiellini in fermento contro il ministro del Tesoro, ma lui non c'è, irreperibile. È ritornato sui monti della sua Lorenzago. "Il Professore Tremonti non è a Roma, il telefono non ha campo e quindi non prende" fa sapere a tutti il portavoce di via XX Settembre.
E tanto basta per irritare ancor più il Cavaliere. "Mi aveva assicurato che avremmo potuto rivedere i tagli ai comuni e cancellare il contributo di solidarietà perché le sue misure anti evasioni sarebbero state sufficienti, se non è così, allora torniamo ad aumentare il punto Iva" hanno sentito dire ieri al presidente del Consiglio, a questo punto determinato a tutto. Anche allo scontro finale con Tremonti, pur di non far precipitare la situazione. Sembra che tra i contatti avuti da Berlusconi, ve ne siano stati nelle ultime ore anche con il governatore di Bankitalia - futuro presidente Bce - Mario Draghi. Tra i due potrebbe esserci un incontro a Roma la prossima settimana.
Le perplessità del premier nelle ultime 24 ore sono le stesse dei ministri leghisti. La "Padania" se ne fa portavoce, con tanto di titolo che oggi minaccia la riapertura del confronto sulla manovra. "Inaccettabile" fa già sapere il capo del governo. Berlusconi preferisce presentarsi davanti a una delle tv del gruppo di famiglia (Studio Aperto) per difendere il "successo" della sera prima.
Ma è una mossa difensiva, studiata nelle stesse ore in cui l'accordo è già sotto assedio. Tra medici e magistrati e soprattutto dipendenti pubblici sul piede di guerra, mentre la tenuta dei sindacati più vicini - Uil e Cisl - viene rimessa in discussione non appena si è diffusa la notizia che il contributo di solidarietà resta in vigore proprio per gli statali. È la norma sulla cancellazione del riscatto degli anni di laurea e di servizio militare a mandare su tutte le furie Calderoli e i parlamentari leghisti.
Per il Carroccio le pensioni non andavano proprio toccate. I senatori del gruppo minacciano di bocciare l'emendamento. Gli uffici legislativi del Colle, che stanno seguendo con attenzione gli sviluppi sul decreto, pur non avendo ancora esaminato gli emendamenti, avrebbero lasciato trapelare già i loro dubbi. Suffragati da quelli di autorevoli costituzionalisti: la norma sul riscatto rischierebbe di violare l'articolo 3 della Costituzione, tanto per cominciare.
Sotto attacco in questo caso, oltre a Tremonti, finisce il ministro del Welfare Sacconi, artefice della trovata. Non è un caso se questa mattina proprio il ministro pidiellino si vedrà con Calderoli e i tecnici del Tesoro, con l'intento di rimettere mano alla norma. Tra le ipotesi, il salvataggio del riscatto per il solo anno di militare. Ma non viene escluso un passo indietro su tutto, che lasci intatto il riscatto. Troppo trasversale e diffusa la protesta scatenata già ieri dalla novità in tema di pensioni. Ma sono anche i colleghi pidiellini di governo a lamentarsi di Sacconi, che lunedì a Villa San Martino aveva garantito della tenuta dei sindacati, su pensioni e contributo di solidarietà per gli statali.
Si è scoperto ieri che non era così. Che le confederazioni "amiche" adesso minacciano pure loro la mobilitazione. Caos su più fronti, mentre l'esame della manovra al Senato entra nel vivo.
Domani il Consiglio dei ministri si riunirà per discutere dell'eventuale fiducia al maxi emendamento che sarà presentato per scavalcare le 1.300 proposte di modifica depositate. Il Quirinale lascia trapelare più che qualche perplessità e puntualmente il presidente del Senato Schifani se ne fa interprete auspicando un confronto aperto con le opposizioni e scongiurando il ricorso alla fiducia.