Iscriviti OnLine
 

Pescara, 09/05/2026
Visitatore n. 753.797



D'Alfonso, il maratoneta che crea consenso. Primo in Italia per aumento di popolarità. «Il rapporto con la città è cresciuto»

«Con tutte le riunioni fatte conosco davvero ognuno dei cittadini»

PESCARA. Ai tempi in cui era presidente della Provincia di Pescara, un giorno Luciano D'Alfonso si stufò di dover rispettare tutte le promesse fuori misura fatte dai suoi consiglieri a chiunque avesse bisogno di fondi e fece un esperimento. Preparò una delibera che prevedeva «la distribuzione di 50 pettini d'argento alle vergini di Santa Rosalia». Poi rimase a guardare. La disposizione era assurda, ma superò incredibilmente tutti i passaggi formali e arrivò in giunta. «E' uno dei cimeli che conservo» racconta il sindaco ridendo, «perché è l'esempio della mancanza di istruttoria di una pratica amministrativa».
L'uomo del giorno è un ragazzo che tra un mese, il 13 dicembre, avrà 41 anni. Quando era bambino il suo sogno non era volare, ma camminare veloce, il più veloce possibile. Così ancora oggi, quando può, D'Alfonso manda avanti l'autista e lui se va a piedi con lunghe falcate. Difficile stargli dietro, si lamenta la presidente della commissione Cultura Paola Marchegiani. Camminando e camminando, imparati a memoria i nomi delle strade, incontrati migliaia di cittadini, lo straniero venuto da Lettomanoppello ha guadagnato consenso, un tanto al chilometro: quasi dieci punti percentuali da quando è stato eletto, nel 2003, secondo un sondaggio del Sole 24 Ore. La sua è «la performance migliore» fra i sindaci italiani: se si andasse alle urne oggi, D'Alfonso vincerebbe con il 63 per cento dei voti rispetto al 53,5 per cento con cui tre anni fa sconfisse Carlo Masci. Più 9.8.
Nata dal suo immaginario fantastico, dove vivono in una strana simbiosi eroi come Heidi e Tex Willer, la storia dei pettini d'oro è esemplare: D'Alfonso è un politico concreto che sa usare la fantasia e inventare soluzioni. È qui, probabilmente, la sua forza: ha conservato l'entusiasmo di quando collezionava fumetti e l'ha usato come carburante per l'azione politica. «Il mio punto di forza è la voglia di fare. Ho la grande consapevolezza che il potere dato dalla comunità deve essere usato per fare del bene: non mi potrei mai pensare con le gambe a cavalcioni». Ma di ambizione non vuole sentire parlare: «Sarei capace domani di mettermi ad allevare galline faraone, e lo farei con lo stesso impegno». Le galline faraone, del resto, con la pesca sportiva, sono una delle sue passioni: «Delfini con le piume» le definisce. Ma chiarito che l'ambizione non è poi un difetto, D'Alfonso allenta le difese e ammette: «Lo scenario che mi coinvolge di più per il futuro è l'ente Regione, dove si può fare molto per i cittadini».
Nel giorno il cui il quotidiano di Confindustria gli assegna il primato, ma l'opposizione lo incorona «Principe delle chiacchiere», il sindaco esce di casa che sono le 8. A colazione una mela e basta, perché la politica gli ha fatto venire la gastrite. «Povero a me che faccio 'sta vita...» si lamenta.
Comincia una giornata da maratoneta. Fiato, e marciare. A bordo della macchina di servizio il fido autista Osvaldo Tatone gli ha preparato i giornali. «Vediamo che dice l'Udeur sul Prg...» dice sfogliando i quotidiani locali. Di solito, se non digerisce un titolo perde la calma cardinalizia e frusta al telefono assessori e dirigenti. Ma oggi sbircia il Sole ed è soddisfatto: «Mi aspettavo un ulteriore consenso, perché sento che il rapporto con la città si è rafforzato». La prima tappa è via Caduti per servizio, dove il Comune ha appena ultimato i lavori del Parco della Serenità, ma lungo via Tirino il sindaco nota un frigorifero abbandonato e telefona a Edoardo Speranza: «E' l'uomo ragno di Pescara». Basta uno squillo, ed Edoardo arriva dal nulla con la moto ape a recuperare in un lampo i rifiuti ingombranti.
La persona a cui si deve la nascita del parco è Angela Pignoli, una piccola donna generosa e combattiva che per richiamare l'attenzione sul quartiere l'anno scorso mise i cassonetti di traverso in mezzo alla strada. «Sarà lei l'occhio vigile sul parco» spiega. Angela è imbarazzata: «Il sindaco è straordinario. Accetta tutti, ricchi e poveri». All'interno di ogni palazzone del consorzio Aternum, un'area che ospita tremila persone, nascerà presto un centro sociale. Di fronte è in costruzione la palestra comunale, coi pilastri ancora avvolti nella carta gialla: «L'anima della città è quella in cui si riconoscono vincoli sociali e di comunità» sostiene il sindaco. È il suo pallino: la città relazionale di cui parla il presidente del Cnel Giuseppe De Rita, una città intermedia che consenta rapporti tra le persone. Per questo D'Alfonso vuol far nascere la «banca del tempo»: io ti stiro le camicie, tu accompagni i miei bimbi a scuola o ti prendi cura del nonno. Durante gli spostamenti in auto, la radio è sintonizzata su Radio Radicale. Ma oltre alla fame di attualità, il sindaco ha una insospettabile anima rock e ama Bruce Springsteen: «Una canzone da 110 e lode è "My hometown". E il mio sogno è portarlo a Pescara».
Il primo a telefonargli, al mattino, è Licio Di Biase, segue il suo braccio destro Guido Dezio seguito dal dirigente dei Lavori pubblici Pierpaolo Pescara. Le strade e i cantieri, si sa, sono la sua passione. Ma non nega una certa stanchezza: «Fanfani diceva che dopo cinque anni bisogna uscire dal palazzo e fare un giro in piazza». Si sente in colpa per il tempo sottratto alla famiglia, ma ha anche paura che le idee si esauriscano e vorrebbe tempo per studiare. Nei fine settimana legge: saggi di storia, economia territoriale, romanzi se capita. Il suo portavoce Marco Presutti gli ha detto: fai un giro in libreria, e lui, diligente, sabato è andato e s'è comprato «La storia non è finita» di Claudio Magris.
In viale Marconi l'auto si blocca in una coda minacciosa. Questa è la zona delle contestazioni contro la chiusura della rampa dell'asse attrezzato. Ma è solo un incidente all'incrocio, il sindaco tira un sospiro di sollievo: «Se andiamo in via Marco Polo tutti mi vogliono abbracciare» fa. Invece si va in via Ronchi, dove sono stati rifatti i marciapiedi e dove si trova una macelleria in cui, durante la campagna elettorale, i proprietari gli vietarono di entrare. Adesso Osvaldo De Deo lo accoglie: «Ha lavorato bene: io sto dall'altra parte, ma se fosse più al centro lo voterei». Mentre percorre la stradina, il sindaco saluta ogni passante con l'aria di conoscerlo, si ferma, stringe mani, si informa: «Ma li conosco davvero, con tutte le riunioni che abbiamo fatto coi cittadini».
Sarà per la comunicativa contagiosa, ma sembra davvero così. In via Pietro Micca, una viuzza fino a ieri perennemente allagata, Annita Di Baldassarre, 81 anni, lo abbraccia: «Grazie per le fogne, ma qua va livellata la strada». A ogni problema, D'Alfonso telefona e segnala: «Per me la politica deve riempire lo spazio tra il potere e il dolore delle persone: è così che si costruisce la città». A Palazzo di città sono fissati una serie di incontri: Enrico e Ilaria Saquella che per aprire un nuovo Caffè in piazza Salotto devono risolvere un problema burocratico, l'assessore Massimo Luciani che, assieme ai due imprenditori, sta organizzando la visita del sindaco di Netanya, in Israele. Nell'ufficio pieno di santini di Padre Pio entra il consigliere Enzo Del Vecchio: «E' il mio sottosegretario ai rapporti con le commissioni» indica il sindaco. Luciani ride: «Nella concezione del sindaco esistono solo sottosegretari». D'Alfonso ne ha «nominati» tre: Del Vecchio, Luciani alle pubbliche relazioni e Marcello Antonelli, di An, con delega «underground», cioé ai rapporti sotterranei con l'opposizione. E' allegro D'Alfonso: «Il problema è vedere quanto dura l'effetto di questa notizia» commenta Luciani «da una parte avrà atteggiamenti più buonisti, dall'altra sarà più difficile avere un'opinione diversa dalla sua». Moreno Di Pietrantonio legge il Sole e lo prende in giro: «Senza di noi non sei nessuno». Alberto Balducci, che lo conosce dai tempi dei giovani Dc, traduce il «dalfonsese», il linguaggio che rende imperdibili, nonostante la lunghezza estenuante, i discorsi di D'Alfonso: «fare le uova» significa produrre risultati, «fare i ceci» perdere tempo, «quelli con la forfora sulle spalle» sono gli sfaticati, mentre «gli uomini con la cravatta dal nodo largo» sono i rampati «che se non guadagnano un milione al giorno non sono contenti», i «mandarini» «i politici che ritengono che la realtà non si possa cambiare».
L'agenda del giorno è fitta: mentre ascolta la consigliera del quartiere 1 Aristea Bevilacqua, D'Alfonso riceve la telefonata del presidente del Senato Franco Marini, che si informa se nella Margherita è tornata la pace. «Ma hai letto il Sole?» insiste D'Alfonso. E il presidente richiamerà nel pomeriggio per complimentarsi. L'impegno successivo è in prefettura, dove il sindaco accompagna Mauro Angelucci, titolare della Oma, che deve segnalare a Giuliano Lalli un problema relativo all'assunzione di personale straniero. A Palazzo di città, intanto, è arrivato il colonnello Giovanni Esposito Alaia, nuovo comandante provinciale dei carabinieri. Il problema è il solito: il comando provinciale che dovrà nascere agli ex Monopoli. D'Alfonso chiama il provveditore alle Opere pubbliche, poi il sottosegretario alle Infrastrutture: «Con i 2,2 milioni disponibili si potrebbero già cominciare i lavori» suggerisce. In sala giunta è in attesa la troupe di Sky Tg 24 per un'intervista, ha già chiamato Canale 5, oggi è in programma un incontro su Rete 8. L'assessore Armando Mancini, l'aria disfatta di chi affronta una battaglia quotidiana, si complimenta: «E' una soddisfazione per tutti noi. Se ha un difetto il sindaco è che ha la tendenza generosa a sostituirsi». D'Alfonso traduce: «Vuol dire che sono un accentratore».
L'ufficio del primo cittadino è trafficato come una stazione: Angelo Tenaglia e il sindacalista Domenico Ronca vogliono parlare della vertenza Sund, fa capolino Paola Marchegiani, poi l'imprenditore Walter Tosto, entrano ed escono i componenti della segreteria Giuseppe Di Giovambattista e Marianna Di Stefano. Alle 14 il sindaco stacca per un pranzo veloce al bar di sotto: piatto freddo con formaggi, prosciutto, verdura lessa e cereali, poi corre in banca per incontrare i genitori per una faccenda personale. «Lei è così perfetto quando parla che mi fa paura» lo saluta un signore di Chieti. Alla stampa Quintino e Flora D'Alfonso non sono abituati, ma la mamma del sindaco ha le idee chiare: «La politica mi fa paura, sarei contenta se non la facesse: lì sono come gli indiani, sempre sul piede di guerra». Alle 15.30, D'Alfonso torna in prefettura per il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, ma è un incontro di routine, si fa in fretta. In programma ci sono altri incontri, il Cda della società di gestione del mercato ortofrutticolo a Cepagatti, poi un saluto ad Alfredo Reichlin nella sala consiliare e, alle 20.30, l'ultimo sopralluogo in via Aterno. Passa il sindaco di Spoltore Donato Renzetti, una giovane donna porta dei fiori: «Riesce sempre a risolvere tutto, non so come faccia». Il sindaco sgrida il primogenito Luca al telefono: «Mettiti a studiare». Il tempo sottratto alla famiglia gli pesa, anche sua moglie Livia non è contenta: «E' grazie alla piccola Benedetta che non finisco in minoranza». Per il politico che si è formato con gli scritti di Aldo Moro e che oggi, oltre a Franco Marini, apprezza Pierluigi Bersani, alla fine di una giornata interminabile, l'ultima domanda è sul presidente del consiglio Romano Prodi, al contrario di D'Alfonso in calo di popolarità. Consigli? Lui solleva le sopracciglia: «Spero solo che torni il fattore C...».

www.filtabruzzo.it ~ cgil@filtabruzzo.it