Marinella Brambilla ascoltata come testimone smentisce Lavitola
NAPOLI - «Sì, è vero, erano soldi». Il primo punto è chiarito in poche battute. Quanto basta a sgomberare il campo da dubbi o interpretazioni alternative su quelle foto da stampare e da consegnare a Rafael Chavez - alias «juannino tuo» - quanto basta a mantenere fermo il punto principale dell'inchiesta che vede coinvolti Valter Lavitola e i coniugi Tarantini. Tre ore di interrogatorio come persona informata dei fatti, in Procura a Napoli viene ascoltata Marinella Brambilla, storica segretaria personale di Silvio Berlusconi. A lei si rivolgeva Lavitola per ottenere soldi dal premier, era lei uno dei contatti usati dal faccendiere per imporre elargizioni di denaro in cambio di un atteggiamento di basso profilo da parte di Giampiero Tarantini, nel corso del processo barese sulle escort a Palazzo Grazioli.
Quarantanove anni, figlia di un dipendente Fininvest, una vita al fianco di Silvio Berlusconi, la Brambilla offre delle ammissioni sul punto cruciale dell'inchiesta, anche se minimizza sul quantum delle elargizioni girate al direttore dell'Avanti. Ammette di aver incontrato il peruviano, il factotum di Lavitola, ma non sa spiegare l'adozione di un linguaggio criptico (le «foto da stampare»), dando poco peso all'entità delle presunte tangenti che sarebbero state girate a Rafael Chavez. In fondo, in questa storia di presunti ricatti in cambio di favori giudiziari, lei si è limitata a svolgere il ruolo di sempre, nel segnalare l'arrivo di telefonate urgenti e nell'eseguire nel modo più efficiente possibile le disposizioni del presidente del Consiglio. Arriva a Napoli accompagnata da un legale, il penalista napoletano Giuseppe Carandente, che attenderà all'esterno della stanza in cui si svolge l'interrogatorio. L'audizione si tiene senza difensori, perché nei confronti della donna non è formalizzata alcuna contestazione.
Dinanzi al procuratore aggiunto Francesco Greco, ai pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, la Brambilla ascolta la sua voce. È la telefonata in cui dà l'ok a un insistente Lavitola: «Ok - dice al telefono - allora riusciamo a stampare solo dieci foto, mandami il solito Juannino tuo, mandamelo nel giro di venti minuti, mezz'ora, che sto per uscire».
Ai pm non può negare l'evidenza, smentendo in modo categorico la tesi di Lavitola secondo cui le foto erano un omaggio del premier ai suoi fan del centro America. Ma in quanto consistevano le elargizioni girate a Lavitola? Sul punto le ammissioni della Brambilla non coincidono con la ricostruzione della Digos da parte del primo dirigente Filippo Bonfiglio. E non è una questione marginale. Secondo la Procura di Napoli, Berlusconi ha offerto una «una tantum» da 500mila euro, senza lasciare alcun tracciato: soldi cash, in banconote da 500 euro, tanto da rendere necessaria una seconda operazione di cambio in banconote da piccolo taglio, per evitare spostamenti di somme troppo vistosi. Un triangolo estorsivo, per dirla con il gip Amelia Primavera, che ha firmato gli arresti di Lavitola (attualmente irreperibile all'estero), ma anche Giampiero Tarantini e della moglie Angela Devenuto. La storia della tangente è ormai nota, con centomila euro che sarebbero finiti ai coniugi Tarantini e il resto della somma in una banca di Lavitola. Non è impossibile a questo punto intuire le mosse della Procura, già a partire dalle prossime tappe dell'inchiesta sulla presunta estorsione. Probabile che le parziali ammissioni rese dalla Brambilla possano essere utilizzate a carico dello stesso Lavitola nel corso del procedimento. C'è soddisfazione da parte degli inquirenti, come emerge anche dal clima sereno che ha scandito la fase conclusiva dell'audizione, tanto da spingere i pm a fare i complimenti alla collaboratrice del premier, ritenuta «invidiabile» per precisione e fermezza. Questa mattina, invece, tocca ai coniugi Tarantini sostenere l'interrogatorio di garanzia, dinanzi al gip Primavera, in una sala del carcere napoletano di Poggioreale, lo stesso carcere che ospita da due mesi il parlamentare Alfonso Papa, coinvolto nell'inchiesta P4.