Non esistono stime ufficiali per quanto riguarda il pil abruzzese, ma ancor prima dei recenti avvenimenti alcuni istituti privati davano una crescita del pil dello 0,7%. L'Abruzzo deve dunque affrontare importanti sfide per il futuro della sua economia. La competizione internazionale, l'ingresso di nuove realtà emergenti sul mercato mondiale e l'innalzamento dei processi innovativi stanno ridefinendo il suo modello di sviluppo.
Questi fattori hanno condizionato l'evoluzione del reddito, contribuendo a collocare il pil su livelli decisamente modesti e comunque al di sotto delle altre circoscrizioni territoriali del paese. Lo scenario che si sta delineando impone interventi di ampio spessore strategico e capacità progettuali in linea con le grandi trasformazioni in atto, fermo restando che il raggiungimento di questi obiettivi non dipende soltanto dalle istituzioni locali e regionali ma anche dagli interventi generali di politica economica a livello nazionale e europeo. Ovviamente spetta all'azione di politica locale intercettare mezzi finanziari, definire le linee strategiche, indicare le priorità e orientare le risorse verso un loro efficiente utilizzo. Si ritiene che il cammino della crescita possa essere orientato verso tre obiettivi fondamentali: l'innovazione, il dimensionamento dell'impresa e il ruolo del terziario. L'innovazione non significa soltanto ricerca e sviluppo ma anche banda larga, trasferimento tecnologico, qualità e processi di up-grading. E' difficile che le politiche di ricerca e sviluppo possano essere affrontate con policy di carattere regionale. Esse richiedono una strategia generale, una strategia-paese, che si fonda su grandi progetti nazionali e su interazioni complesse che poi si irradiano su tutto il territorio. Inoltre, recenti studi hanno dimostrato che politiche incentrate su un generico concetto teorico di innovazione, come ad esempio il raggiungimento di un target di ricerca e sviluppo sul pil, può non produrre i risultati sperati.
Di qui l'esigenza di individuare un modello di innovazione legato più squisitamente alle caratteristiche e alle peculiarità del territorio regionale, partendo dal presupposto che sono le infrastrutture immateriali più che quelle materiali a generare nuovi processi economici e produttivi sulla base della nuova economia digitale. Sull'aspetto del dimensionamento, l'eccessiva frammentazione del tessuto industriale rende il processo di specializzazione internazionale fragile e vulnerabile. Se da un lato la rete di piccole imprese produce il vantaggio di creare nuova imprenditorialità, creatività e apprendimento, dall'altro non gode di sufficiente massa critica per effettuare investimenti innovativi e per penetrare in mercati lontani, a ragione degli elevati costi di entrata da sostenere.
La strada da perseguire potrebbe essere quella di stimolare l'aggregazione in tutte le forme in cui ciò risulta possibile. Con riferimento alla terza questione, un modello industriale poco innovativo non può a lungo andare sopportare il peso della concorrenza internazionale e dei cambiamenti nello scenario economico. Bisogna essere consapevoli che le esportazioni, da sole, non possono sostenere l'evoluzione del pil. In Abruzzo c'è una forte carenza di domanda interna e, infatti, il recente studio presentato dalla Confcommercio evidenzia come la dinamica dei consumi nella regione ha avuto nel periodo 1995-2007 una variazione media annua a prezzi costanti dello 0,8%, valore molto distante da quello nazionale (1,5%) e dallo stesso Mezzogiorno (1,0%). Addirittura tra il 1995 e il 2009, posta l'Italia uguale a 100, il consumo pro capite in termini reali è passato da 92,3 a 87,3. L'andamento dei consumi è fortemente collegato al potere d'acquisto, alle aspettative reddituali e quindi alla produttività del sistema. Si avverte allora il bisogno di un allargamento della base produttiva e occupazionale, ponendo l'accento su un modello di sviluppo in grado di affiancare all'importante impianto manifatturiero la crescita di nuove attività terziarie. Sia ben chiaro non si tratta di procedere verso una deindustrializzazione dell'apparato produttivo, semmai di collegare il processo di trasformazione della produzione industriale con l'aumento della domanda nel settore dei servizi, dove a contare non sia la quantità ma la qualità di ciò che viene offerto sul mercato. In tal modo il terziario andrebbe a intercettare i diversi bisogni di innovazione, di conoscenza e di cambiamento espressi dalle famiglie, dalle imprese e dalle istituzioni. Senza considerare il ruolo preminente che il turismo può ricoprire in questo contesto. L'Abruzzo gode di interessanti peculiarità se non di vere e proprie unicità e la messa in valore di tali risorse può rappresentare un importante volano di crescita. Il patrimonio turistico e ambientale è stato sinora concepito in termini residuali rispetto al sistema manifatturiero mentre potrebbe acquisire una valenza che da un lato sostiene l'occupazione e dall'altro produce il coinvolgimento degli altri settori produttivi.
Come ha avuto modo di affermare il Direttore Baraldi nell'editoriale di domenica scorsa, "l'obiettivo è costruire un Abruzzo che guarda al futuro", al fine di riprendere la rincorsa verso le regioni più sviluppate del paese. Un territorio capace di fare sistema, guidato e orientato in modo consapevole.