TERAMO - «Mai vista una roba del genere a Teramo, ma nemmeno in Abruzzo» è il commento di un raggiante Gianni Di Cesare, segretario regionale Cgil, sindacalista e capofila del lungo serpentone rosso di dieci mila indignati abruzzesi (sono quattromila invece secondo la questura) che si è snodato ieri mattina per il centro della città del governatore in occasione dello sciopero generale. Gli fanno eco onorevoli, consiglieri regionali e provinciali, amministratori locali e perfino il sindaco di Gessopalena con tanto di fascia che dal palco urla a squarciagola galvanizzando letteralmente la platea. È il giorno degli indignados abruzzesi che per tutta la mattinata, sulle note di Bella Ciao, arrangiata in tutte le salse (dalla fisarmonica al rap) hanno fluttuato tra i due lunghi corsi principali e Piazza Martiri della Libertà dove si è tenuto il comizio finale.
E c'erano proprio tutti, anziane con aste roteanti di bandiere, piccoli in rigida tenuta rossa, cassaintegrati (tantissimi), le rappresentanze di molte aziende in crisi in regione, madri di famiglia molto dignitose e i ragazzi vocianti del movimento antifascista di Teramo che giocavano in casa. Anche uno sparuto gruppo del Comitato aquilano 3.32 che all'inizio del corteo ha colto l'occasione per trasferirsi nella vicina Piazza Sant'Anna e manifestare davanti casa del governatore Chiodi. Hanno esternato slogan contro la sua conduzione nella gestione del terremoto, affisso alcuni volantini, dispiegato striscioni. Alle rimostranze, s'affaccia timidamente dallo studio Carmine Tancredi, il socio di Chiodi, che in tutta fretta richiude la porta.
Alle bandiere con sfondo rosso più o meno accentuato di Rifondazione, Pdci, e Pd, si sono aggiunte quelle multicolori dell'Idv, con un Costantini ieratico e attento sotto il palco. Non sfuggivano nemmeno le insegne e i personaggi delle associazioni ambientaliste dal Wwf nazionale in giù, fino alla locale Teramo Nostra.
Il segretario nazionale di Slc-Cgil, Emilio Miceli, dal palco dispensa ottimismo fornendo i dati dell'alta partecipazione allo sciopero nazionale, si va dal 60% nelle piccole e medie imprese, fino al 45% della Sevel. Prende di petto Berlusconi («mestamente ritornato alle sue escort») e il ministro Tremonti («durante la manovra ha tenuto spento il cellulare per 4 giorni») e tira le orecchie a Cisl e Uil che «non giocano dalla parte dei lavoratori, molti dei loro quadri hanno manifestato segni di insofferenza».
In Piazza sfilano gli striscioni delle aziende più o meno in crisi, dalla Golden lady di Gissi alla Morgan Carbon di Martinsicuro, nel corteo c'è la Spi di Pescina, fa capolino addirittura una bandierina della No Tav.
Anche Di Cesare attacca con una litania antiberlusconiana («solo un mese fa andava dicendo che eravamo il miglior paese d'Europa») ma quasi subito svicola imponendo un aut aut alla Stato sui tagli indiscriminati attuati finora. Urla un no incondizionato alla privatizzazione dei gioielli abruzzesi, tra cui l'Arpa e chiede al governatore Chiodi di definire bene la sua posizione «se mediatore con il Governo oppure rappresentante degli interessi della propria parte». Accenna all'alluvione teramana di marzo: «Dove si è visto mai che uno Stato non interviene?». Finisce con il record della pressione fiscale abruzzese (quasi il 50%) e con i 325 milioni di euro di fondi Fesr 2007-13 di cui sono stati spesi solo 20: «Di cosa parliamo- conclude amaro- ciò significa che la Regione non sa proprio governare».
Infine il padrone di casa, il segretario provinciale Cgil, Giampaolo Di Odoardo, termina ricordando che la manovra non deve punire i lavoratori e pone l'accento sui troppi morti sul lavoro, solo nel 2011 in Abruzzo ne abbiamo avute 29.