Bersani: inaccettabili tagli alle detrazioni e aumento dell'Iva
ROMA «Fanno pagare come al solito i più poveri». E' questo il leit motiv dello stato maggiore del Pd di fronte alla manovra ter, o quater, su cui il governo intende porre al fiducia. Quali i punti considerati più negativi? Pier Luigi Bersani li ha elencati: «Il taglio alle detrazioni fiscali, il taglio ai servizi locali, la delega assistenziale e per ultimo l'Iva dimostrano come il peso della manovra casca addosso ai ceti popolari, ai ceti medi e ai servizi per i cittadini». Massimo D'Alema ha insistito sullo stesso tasto: «Si poteva gravare di più sui ricchi ed evitare una tassa su tutti i cittadini e sui più poveri, come l'aumento dell'Iva. All'Europa non interessa se le tasse le pagano i ricchi o i poveri, interessano i saldi, e noi vorremmo discutere questa manovra in Parlamento e votare qualche emendamento». C'è poi la fiducia a fare da detonatore per un ennesimo conflitto tra maggioranza e opposizione.
Sullo sfondo, ma neanche tanto, torna a fare capolino l'ipotesi di un Silvio Berlusconi che fa il famoso, e fatidico, passo indietro per poi andare alla formazione di un governo di larghe intese che affronti la crisi, cambi la legge elettorale e quindi chiama alle urne. Lo ha riproposto Beppe Pisanu («il premier faccia un passo indietro e si vada a un governo di larghe intese», ha detto a Repubblica l'ex dc e ormai lontano braccio destro del Cavaliere), il centrodestra lo ha bocciato in coro e all'unisono, ma nell'opposizione l'ipotesi piace, anche se non a tutti allo stesso modo e con la stessa intensità. Fatto sta che a metà pomeriggio Raffaele Bonanni, leader della Cisl bistrattato non poco nelle piazze cgielline il giorno prima, arriva a Montecitorio, giacca blu e polo in tinta, saluta di fretta e va ai piani alti del palazzo per incontrarsi con Pier Ferdinando Casini. Tema del lungo colloquio, ovviamente la manovra, ma al termine dell'incontro Bonanni rilancia le larghe intese, le definisce «una prospettiva assolutamente importante» e spiega che «servono per affrontare una situazione dura e per dare stabilità al Paese». E ancora: «La soluzione più idonea è fare un grande accordo tra tutti per dare garanzie a un Paese sotto pressione». Fa eco Enrico Letta, vice segretario del Pd, secondo il quale c'è bisogno di un governo di responsabilità nazionale «anche per superare quanti, nel centrosinistra, mettono veti come fa la Lega». Rosy Bindi non chiude alla proposta («Napolitano indichi una personalità credibile»), mentre da tempo la avallano Walter Veltroni e i veltroniani (l'ex leader del Pd propose un governo di decantazione con un articolo firmato assieme al medesimo Pisanu).
Al momento c'è comunque la manovra da affrontare. Il Pd, attraverso il capogruppo Dario Franceschini, si mette di traverso alla fiducia alla Camera, propone di discutere in aula una decina di emendamenti «per modificare gli aspetti più iniqui, altrimenti che ci sta a fare una opposizione?». Sergio D'Antoni traccia una sorta di bilancio: «L'aumento dell'Iva sono entrate certe, e i mercati hanno reagito bene. L'Europa ci chiede cifre certe, ma la manovra sì e no assicura al momento solo 30 miliardi. E il resto?». L'ex leader della Cisl introduce la variante Berlusconi: «I miliardi che mancano potrebbero arrivare dalle dimissioni di Berlusconi, il suo addio a palazzo Chigi varrebbe dai 15 ai 20 miliardi, proprio quelli che mancano». L'Udc, con il segretario Lorenzo Cesa, avverte che non voterà il provvedimento ma chiede che si faccia presto «per dare un segnale al Paese e ai mercati».