L'Associazione magistrati in agitazione contro il contributo di solidarietà
CHIANCIANO TERME - La frase compiuta suona come un ultimatum, come un ultimo avviso: «O il governo dimostra velocemente di essere in grado di fare una grande operazione in termini di quantità, ma anche di equità, oppure dovrebbe trarne le conseguenze perché non possiamo restare in questa incertezza». Ma poco prima, dal palco della festa dell'Udc, Emma Marcegaglia ha fatto capire che se fosse per lei, Silvio Berlusconi avrebbe già dovuto traslocare da palazzo Chigi. Per una questione di logica: «Il nostro Paese è in pericolo. Un mese fa eravamo considerati più credibili della Spagna, ora siamo considerati sempre meno credibili, tant'è che si sta allargando lo spread anche rispetto alla Spagna. Questo accade perché Madrid ha fatto una manovra importante, seria e strutturale. La Spagna aveva una situazione politica difficile e il presidente del Consiglio ha detto, non ce la faccio più, non ho più la credibilità dei mercati vado a elezioni». Come dire: Berlusconi avrebbe già dovuto seguire l'esempio di Zapatero. Farsi da parte.
La platea centrista scatta in un lungo applauso. Da tempo Pier Ferdinando Casini dice ciò che ora afferma il capo degli industriali. La Marcegaglia sorride. Aggiunge: «Con voi si può ragionare». Poi si toglie un sassolino dalle scarpe tacco dodici: «Per tanto tempo è stato detto che il nostro Paese era meglio degli altri. Io sono stata in più occasioni insultata, mi è stato dato del corvo, perché dicevo che l'Italia non cresceva».
Anche il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, sembra voltare le spalle a Berlusconi. Il leader del «sindacato buono» secondo il Pdl, propone una «grande coalizione alla tedesca» per uscire dalla crisi: «Si devono unire tutte le forze responsabili». Non è da meno Corrado Passera, anche se il consigliere delegato di Intesa San Paolo usa toni più prudenti: «Se il governo non saprà varare al più presto un piano per la crescita dovrà passare la mano». E aggiunge: «Noi vogliamo salvarci da soli, è ora di finirla di pensare che l'Europa ci salvi, è una cosa mortificante. Abbiamo la forza, le risorse e i numeri per tenerci insieme e per ristrutturarci e rilanciarci. Finché saremo il Paese che deve essere salvato, con un membro della Bce che getta la spugna e batte i pugni sul tavolo, saremo un Paese che non conta nulla».
Marcegaglia e Passera, come il presidente della Costituente di centro Savino Pezzotta, sollecitano «un intervento serio sulle pensioni». «Una vera riforma strutturale per cancellare quelle di anzianità». Tutti gli sguardi si spostano su Bonanni. Il leader della Cisl non chiude la porta, ma pone condizioni: «Non si può chiedere a un pensionando di ritardare la pensione se non si colpiscono prima i più ricchi e soprattutto se non si colpisce l'evasione fiscale. Due settori in cui non si muove nulla da cinquant'anni, mentre sulla previdenza si è fatta molta strada».
Ben più dura la reazione che rimbalza da Novara del ministro leghista, Bobo Maroni: «Non ho niente da replicare, ma se Emma Marcegaglia intende toccare le pensioni di anzianità, che ultimamente è diventata l'ossessione di Confindustria, diciamo che non siamo d'accordo». Ancora: «C'è un documento dell'Unione europea che dice che l'Italia è il Paese che ha i conti a posto dal punto di vista previdenziale, quindi si rassegnino perché se è quello che chiedono non è la strada giusta, non è una misura equa, e noi continueremo a difendere le pensioni».
E mentre la Cgil annuncia per il 15 ottobre una nuova manifestazione a Roma contro la manovra, scende sul sentiero di guerra anche l'Associazione dei magistrati. I giudici dichiarano lo stato di agitazione, esprimendo «indignazione per le misure contenute nella manovra economica, che penalizzano esclusivamente i dipendenti pubblici, senza colpire in alcun modo i possessori di grandi ricchezze e gli evasori fiscali e senza intervenire sulle numerose fonti di spreco del denaro pubblico». L'Anm studia anche ricorsi giurisdizionali contro il cosiddetto contributo di solidarietà: «Appaiono evidenti l'iniquità e la contrarietà al principio di eguaglianza e di parità contributiva del mantenimento del contributo di solidarietà per i redditi superiori ai 90.000,00 euro solo per il pubblico impiego».