I magistrati aspettano mercoledì il Riesame sulla competenza
NAPOLI A mezzanotte è scaduto il termine fissato dai pm napoletani per ascoltare Silvio Berlusconi. Ora è tutta una questione di date, di calendario. I primi accordi per «cinturare» Tarantini e per taglieggiare il premier in cambio di un patteggiamento a Bari risalgono alla primavera del 2009. Poi si intensificano nel corso del tempo, nei mesi successivi. Giugno-settembre del 2009, lo scandalo D'Addario è esploso, c'è chi trasforma le disavventure baresi dopo la denuncia di Patrizia D'Addario in una macchina da soldi. Tutto ciò avviene a Bari? A Roma? O passano per una banca di un paese latinoamericano dove si muove con disinvoltura il faccendiere Valter Lavitola? Difficile chiarirlo, il luogo della prima tangente o del primo favore a Tarantini resta un punto controverso.
Quanto basta a spingere la Procura di Napoli a ragionare sulla competenza, a mantenere almeno da un punto di vista «residuale» il fascicolo sul premier parte offesa. Nessun accanimento, ma qui non è ancora certo dove sia stato consumato il primo reato, il primo tentativo di estorcere denaro e favori al capo del governo. Quindi: non c'è un luogo certo, Napoli mantiene le indagini sul presunto scacco al premier? Inchiesta complessa, coordinata dagli aggiunti Francesco Greco e Fausto Zuccarelli, dai pm Francesco Curcio, Henry John Woodcock e Francesco Curcio. Probabile nelle prossime ore il quarto interrogatorio di Gianpaolo Tarantini (difeso da Alessandro Diddi e da Ivan Filippelli), mentre mercoledì il Riesame chiesto dall'imprenditore barese e dal latitante Valter Lavitola (difeso dall'avvocato Gaetano Balice).
Vicenda nota: i tre avrebbero «messo sotto» Silvio Berlusconi, lo avrebbero ricattato. Soldi (circa 850mila euro) in cambio del silenzio di Tarantini, di un patteggiamento a Bari nel corso del processo che tanto angustiava Berlusconi, indicato come «utilizzatore finale» del giro di escort gestito dall'imprenditore pugliese. Si tratta di capire cosa è accaduto a Bari nel 2009, per presentarsi al Riesame con un quadro più ampio rispetto a quello valutato dal gip Amelia Primavera, rispetto alla «catena di montaggio criminale» che avrebbe agito su più livelli alle spalle del premier. Si parte da un dato di fatto: il caso escort faceva paura al premier, lo rendeva ricattabile, anche alla luce di quanto sta emergendo dagli atti notificati in questi giorni dalla Procura di Antonio Laudati. Centomila telefonate, i costumi privati del premier sotto i riflettori, quanto basta per mettere a fuoco la debolezza del capo del governo rispetto alle richieste del «rompiscatole» Valter Lavitola o alle «lettere accorate» di Tarantini e consorte. Quanto basta a battere tutte le piste possibili. Pochi giorni fa, sono stati ascoltati i pm baresi Pino Scelsi (oggi in Procura generale) e Eugenia Pontassuglia, i titolari delle indagini sulle escort portate da Tarantini nelle dimore presidenziali.
Accanto ai pm partenopei (come ha scritto ieri il Corriere della Sera) anche i colleghi leccesi, che stanno ricostruendo la gestione del fascicolo Tarantini all'atto dell'insediamento del procuratore Laudati. Napoli, Bari, Lecce, dunque. Un asse investigativo che resta solidamente collegato: quanto stava per uscire dagli atti del processo barese (e che in parte è stato disvelato in questi giorni) rendeva il premier nervoso, come emergerebbe anche dal tentativo di firmare un decreto legge finalizzato a bloccare la pubblicazione delle intercettazioni raccolte in Puglia. A Napoli, si sa, si ragiona su un'ipotesi, quella del ricatto al premier. Ipotesi non nuova, presente anche in altri contesti: la vallettopoli condotta dall'allora pm potentino Woodcock, a proposito delle foto scattate a Barbara Berlusconi; le presunte pressioni di Evelina Manna nell'inchiesta condotta dal pm Piscitelli sul caso Berlusconi-Saccà, ma anche alcuni tentativi analoghi nel corso del cosiddetto Rubygate. È l'idea del «premier bancomat». Mercoledì il Riesame, poi - nell'ipotesi che l'inchiesta resti a Napoli - la richiesta alla Camera di accompagnamento coattivo del premier come persona informata dei fatti.