VENEZIA - Umberto Bossi rievoca lo spettro della secessione. O forse no. Forse chiama a raccolta «milioni di padani pronti a combattere per la libertà», o forse preferisce «la via democratica, magari un referendum». E comunque a primavera convocherà all'uopo una grande manifestazione, ma forse è la stessa che aveva annunciato già un anno fa. Alla fine bisogna rivolgersi a un raffinato interprete del bossismo come Luca Zaia: cosa ha detto il vostro capo? Sguardo nel vuoto, silenzio. Come dire: boh! Allora si può dire così: che Bossi, da Venezia, minaccia di tornare a brandire la secessione. Un film già visto ad ogni difficoltà dei nordisti.
Tremila coraggiosi, nervosi e insofferenti, stazionano davanti al palco galleggiante di Riva degli Schiavoni per l'ultimo giorno del trittico dell'ampolla. A ulteriore riprova dello stato confusionale in cui versa il partito, l'organizzazione comunica: «Siamo cinquantamila». Fra i cinquantamila ci sono più bandiere dei Cobas Latte (quelli che non pagando le multe dei loro illeciti costano agli italiani centinaia di milioni l'anno) che della Lega. Tutto esaurito solo sul palco nello spazio riservato a onorevoli, presidenti di questo e quello e nomenklatura varia. Del resto, la nomenklatura padana è ansiosissima di conoscere le intenzioni di Bossi. Che se per sventura (loro) il capo volesse davvero staccare la spina al governo come invocano parecchi striscioni in platea, andrebbero tutti a casa con poche certezze di riguadagnare scranni e privilegi. Ma Bossi non ha alcuna intenzione di annunciare rotture. Il governo non lo cita mai, Berlusconi una sola volta, di sfuggita.
Soltanto Bobo Maroni, prima di lui, osa l'inosabile: «Siamo al governo in modo non facile». Poi, terrorizzato dall'idea di aver esagerato, ritira la mano: «Comunque stringiamo i denti e andiamo avanti fino a quando ce lo dirà Bossi». Ecco, appunto. Colonnelli e caporali sul palco applaudono, la platea invece inizia a rumoreggiare. «Secessione, secessione». Parola che, di questi tempi, va tradotta così: siamo stufi di perdere tempo con il Cavaliere e gli altri, mandiamoli a quel paese, andiamo per i fatti nostri. L'urlo scandito - secessione - diventa una sfida. Che costringe Bossi ad ammiccare, un passo avanti, uno indietro. «Milioni di persone vogliono che la musica cambi». E dunque cambierà? «In questo paese non c'è più democrazia, ma fascismo». E dunque arriverà la ribellione? «Alla fine arriverà il redde rationem, la battaglia finale per la libertà». E dunque secessione? «Non ci si illuda di farne a meno». Quando? «Mah, io in verità preferisco la via democratica». Tutto e il contrario di tutto.
E comunque, che nessuno esageri con le critiche: «La libertà non si conquista col malumore». Quindi zitti tutti, nessuna protesta, nessuna recriminazione, nessun dissenso. Tanto che quei poveretti che avevano portato da casa cartelli ambigui se li vedono portar via. Come Gianni Zorzi da Vicenza, privato senza motivo del suo «game over» scritto su una lenzuolo bianco. O come la sezione di Chioggia a cui viene impedito di mostrare un cartello che chiede la convocazione di in congresso provinciale. O come i sindaci di Verona (Tosi), Varese (Fontana) e altri come loro, presi a ceffoni da Calderoli nel suo travestimento prediletto, quello del manganellatore: «Sono quattro sfigatelli che pur di finire sui giornali si mettono a criticare le scelte del governo». Dopo Calderoli va al microfono Maroni, che di Tosi e Fontana è l'ispiratore. I due si aspettano una difesa accorata. Invece il ministro dell'Interno con piglio fiero va al microfono e inneggia a Calderoli: «E' bravissimo».