ROMA - Doveva essere Moody's a far tremare l'Italia. Invece è arrivata prima la scure di Standard & Poor's. Che dopo aver tagliato il rating del Paese nella notte di lunedì, è ora pronta a rincarare la dose: nei prossimi 12-18 mesi non è escluso un nuovo declassamento sul debito (c'è una possibilità su tre, secondo quanto previsto dall'outlook negativo).
Già, perchè le previsioni di crescita per l'Italia sono dimezzate, da qui al 2014, a un tasso medio dello 0,7% (dall'1,3% previsto in precedenza). Perché c'è «il rischio concreto che il piano di consolidamento fiscale (da 60 miliardi) si riveli deludente». Ma anche perché incombe la prospettiva di un rialzo dei tassi di interesse
E' proprio per tutti questi motivi che, senza un'accelerazione della crescita, per il governo «sarà difficile far tornare il debito al livello pre crisi», dice l'analista dell'agenzia di rating Usa, Moritz Kraemer nel corso della conference call.
Lo stesso Kramer ci tiene a sottolineare il rating comunque elevato dell'Italia (A), minimizzando anche «i rischi di default», visto che «nessun Paese con un rating A è fallito negli ultimi 15 anni». Ma la situazione va comunque tenuta sotto osservazione. Per «la fragilità della coalizione di governo che limita la capacità di risposta dello Stato». Ma anche per le divisioni all'interno del Parlamento, «che continueranno a limitare la capacità del governo di rispondere in maniera decisa alle sfide macroeconomiche interne ed esterne».
Non sono passati, però, inosservati per chi ascolta la conference call i giudizi su aspetti politici e sociali del Paese contenuti tra le osservazioni degli analisti. E così dopo aver rispedito al mittente in mattinata le accuse del governo, gli esperti di S&P's si trovano a difendersi anche con i loro colleghi in conference call.
«I rating sovrani di Standard & Poor's sono valutazioni apolitiche e prospettiche del rischio di credito fornite agli investitori», aveva chiarito infatti l'agenzia all'Ansa rispondendo in mattinata a Palazzo Chigi. Poi l'ulteriore puntualizzazione nel pomeriggio: l'agenzia Usa «non ha cambiato i criteri» per definire il rating dell'Italia, spiegando le critiche e giudizi negativi sugli aspetti più politici e sociali del Paese.
Poi ancora qualche precisazione. Una per mettere le mani avanti sul un possibile taglio del rating anche sulle banche italiane (la grande quantità di titoli di Stato detenuti dagli istituti può spiegare «il meccanismo di trasmissione» del taglio del rating sovrano dell'Italia). E l'altra per chiarire il confronto con la Spagna. Sul primo fronte la gran quantità di debito pubblico italiano nei portafogli delle banche del Paese rappresenta «uno dei punti di forza dell'Italia», sottolineano gli esperti. Che non negano tuttavia i rischi di perdite degli istituti di credito legati al valore di Bot e Btp.
Quanto al confronto con la Spagna, il Paese di Zapatero ha dimostrato una «risposta più veloce» alla crisi rispetto a quella dell'Italia. In due settimane la Spagna ha raggiunto il consenso per «inserire nella costituzione il tetto del 60% sul rapporto debito/pil e il pareggio di bilancio». Un altro passo rispetto all'Italia, frenata dallo stallo politico «nel varare con decisione le riforme necessarie». Gli analisti puntano, quindi, il dito sulle «misure presentate in Parlamento e poi cambiate» e «sui tempi più lunghi impiegati senza costruire un consenso generale», proprio mentre venivano stralciati provvedimenti importanti come il taglio delle province e le liberalizzazioni.
Non solo. La mancanza di un consenso politico generale, «alimenta i timori sul possibile ritiro delle misure prese», dice l'analista. E anche se quella delle privatizzazioni si conferma una mossa necessaria per gli analisti, può essere un «sostegno utile solo nel breve-medio periodo», visto il valore limitato degli asset a fronte dell'enormità del debito.
Intanto, ieri, è sceso in campo il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, per esprimere la sua fiducia sulla capacità dell'Italia di convincere i mercati sulla bontà delle misure contenute nella manovra fiscale. Secondo lo stesso Schaeuble, le voci di mercato su un eventuale default derivano più dai processi decisionali in politica che non dai dati economici.