ROMA Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro che in queste turbolente settimane è stato sempre molto cauto sull'opportunità di un nuovo intervento sulle pensioni, un po' a sorpresa ha invitato le parti sociali a valutare tra di loro un riassetto del sistema. Lo strumento suggerito sarebbe quello dell'avviso comune, ossia un accordo tra le parti che non coinvolge direttamente il governo, il quale può poi limitarsi a recepirlo. A stretto giro di posta però è arrivata la risposta, non positiva, dei sindacati. Sia pur con toni diversi, Cgil, Cisl e Uil respingono l'idea invitando il governo ad assumersi la propria responsabilità.
La sortita del ministro si inserisce nel dibattito sulla previdenza ma anche in quello sul ruolo delle parti sociali in questa delicata fase. Per Sacconi «l'accordo del 28 giugno è solo metodologico, non sui contenuti». E dunque «se le parti fossero capaci di trovare tra di loro un punto d'incontro sulle pensioni», tema sul quale «sono spaccate», allora «aiuterebbero la funzione di governo». A quali ambiti di riforma pensa il ministro? Lo ha spiegato lui stesso menzionando le «transizioni» attualmente in corso che riguardano le pensioni delle donne, il sistema di calcolo contributivo, il legame dei requisiti pensionistici all'aspettativa di vita ed anche le pensioni di anzianità. Alle parti sociali verrebbe quindi chiesto di accordarsi su una possibile accelerazione di alcuni di questi aspetti.
Nel caso delle lavoratrici private, il percorso di adeguamento all'età di vecchiaia degli uomini inizierà nel 2014 e si concluderà nel 2026; la scaletta è stata leggermente velocizzata rispetto alla versione iniziale, ma resta comunque molto graduale. Il sistema di calcolo contributivo coinvolge attualmente solo una minoranza dei lavoratori che si avvicinano alla pensione, andrà a regime dopo il 2030. Quanto all'aspettativa di vita, l'aggiornamento all'evoluzione demografica sarà realizzato ogni tre anni a partire dal 2013. E in quello stesso anno si concluderà - in base alle norme in vigore - la transizione relativa alle pensioni di anzianità con il passaggio a quota 97 per i lavoratori dipendenti (diritto alla pensione con 62 anni di età e 35 di contributi oppure 61 e 36).
Resta il fatto che l'idea non sembra destinata ad avere un esito almeno nell'immediato. Se Confindustria è a favore di nuovi interventi, ieri la Cgil ha respinto la proposta, sostenendo che Sacconi «non ha nessuna credibilità avendo fatto della divisione tra le parti sociali la sua ragione d'esistenza». Per la Cisl non ha senso parlare di avviso comune e serve piuttosto la concertazione con il governo. Secondo la Uil l'unico tema da affrontare è quello delle basse pensioni dei giovani. Sullo sfondo c'è il disegno di legge delega che oltre a riformare il fisco dovrebbe riordinare i regimi assistenziali, per ricavare dal riassetto una parte dei miliardi necessari al pareggio di bilancio.
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