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Pescara, 14/04/2026
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Data: 24/09/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
Parla l'ex ministro dell'Interno - «Una nuova maggioranza rischiamo violenze in piazza» Pisanu: ora un governo forte, se necessario senza Berlusconi

ROMA - C'è uno «stato crescente» di «malessere e tensione sociale» nel Paese. Con il rischio concreto che, precipitando verso elezioni anticipate, «sommando scontro elettorale e rovina economica» i partiti si trovino a «fare i conti con la collera popolare». Dopo aver ripetutamente messo in guardia nei mesi scorsi la sua stessa maggioranza di fronte alla crisi economica e politica in atto, Beppe Pisanu torna, con toni ancora più preoccupati, a indicare la necessità di un «patto di fine legislatura» che porti a un allargamento della maggioranza «in grado di tranquillizzare i mercati» e rimettere l'Italia in cammino fino «alla scadenza naturale della legislatura».
Presidente, la maggioranza ha tenuto sul voto contro l'arresto di Milanese. E' davvero una sorta di rinnovata fiducia al governo, come la interpreta il presidente del Consiglio? Lei crede alla scadenza naturale della legislatura nel 2013?
«Quel voto è favorevole al governo. La maggioranza però ne esce scalfita sul piano numerico e indebolita sul piano politico. Basti pensare all'acredine delle polemiche interne sull'assenza del ministro Tremonti o all'ingiustizia che si avverte rispetto al diverso trattamento riservato all'onorevole Papa. Ma la debolezza più allarmante è quella che si manifesta dinnanzi all'enorme minaccia della recessione. Almeno per ora sembrano avvicinarsi tanto la Grecia quanto le elezioni anticipate».
Lo scontro in atto tra Berlusconi e Tremonti avrà conseguenze?
«La vicenda può produrre danni gravi sui mercati e negli ambienti internazionali. Occorre chiarirla subito e in maniera convincente».
Bersani su questo stesso giornale lo scorso agosto ha preconizzato un autunno caldo su tutti i fronti, incluso quello dell'ordine pubblico, se il governo non si rimette in discussione radicalmente di fronte all'emergenza economica. Condivide questa preoccupazione?
«A parte i casi estremi di Lampedusa e della Tav, tutte le manifestazioni di piazza delle ultime settimane hanno rivelato uno stato crescente di malessere e tensione sociale. In queste condizioni anche la sfilata più pacifica può offrire varchi alla violenza istintiva e all'eversione programmata. Abbiamo bisogno di un governo più forte e rassicurante che riapra gli animi alla speranza civile, altrimenti questo autunno caldo brucerà anche la residua credibilità politica del Paese».
Bossi ha assicurato il sostegno della Lega, ma nei giorni scorsi ha rispolverato toni secessionisti che hanno provocato la ferma reazione del Quirinale. Eppure Alfano insiste a ripetere che all'alleanza Berlusconi-Bossi non c'è alternativa. E' così?
«No, un'alternativa c'è: quella di una maggioranza molto più ampia, in grado di tranquillizzare i mercati internazionali, di rimettere il nostro Paese in cammino e di condurlo senza traumi alla scadenza naturale della legislatura. Più dell'indebolimento dell'asse Bossi-Berlusconi, è il peso enorme della crisi generale ad avere messo in ginocchio il governo. Quanto ai proclami secessionisti penso che siano intollerabili anche quando sono soltanto espedienti o fughe dalla dura realtà delle cose».
In questi giorni, tra crisi economica di cui non si intravvede l'uscita e inchieste giudiziarie, diversi editorialisti hanno parlato di «fine del berlusconismo». Condivide un giudizio tanto duro?
«Prima dovremmo intenderci su che cosa è, o cosa è stato, il berlusconismo. Impresa ardua per una risposta breve. E allora preferisco osservare che se è finito il berlusconismo, è finito anche l'antiberlusconismo; ed è invece arrivato il tempo di andare più in là, oltre la destra e la sinistra, oltre queste parole ormai mute ed impotenti dinnanzi alle sfide severe dei tempi che vengono».
Sempre di fronte alle vicende private del premier portate alla luce delle inchieste di Bari, altri commentatori hanno segnalato l'assenza di una reazione critica della Chiesa. «La Chiesa non fa editti ma non tace», ha risposto Tarquinio su Avvenire. Da cattolico qual è la sua opinione?
«Sono d'accordo con Tarquinio. Innanzitutto perché la Chiesa cattolica si rivolge normalmente a tutto il mondo e non a sue singole parti; e poi perché la Chiesa italiana si è sempre espressa secondo il suo stile, e cioè nel rigoroso rispetto dei limiti istituzionali e con il necessario distacco dalle speculazioni di parte».
Lei è stato tra i primi, nel centrodestra, a chiedere al premier un passo indietro per aprire la strada a un patto di legislatura più ampio. Visti i numeri incassati giovedì su Milanese in Parlamento, resta di questa opinione?
«Per la precisione io ho chiesto ripetutamente al presidente Berlusconi di fare passi in avanti: prima verso Casini e Fini per riequilibrare e rinvigorire la maggioranza di governo; e poi verso le altre forze dell'opposizione per coinvolgerle nelle decisioni strategiche riguardanti l'economia, la società e le istituzioni. Solo davanti all'evoluzione drammatica della crisi gli ho proposto un patto di fine legislatura la cui realizzazione avrebbe potuto comportare anche un suo passo indietro. Non ho cambiato opinione. Solo così possiamo fare quanto è necessario per ridurre il debito pubblico, riavviare la crescita, riconquistare la nostra credibilità internazionale ed approvare una decorosa legge elettorale».
Casini ha fatto appello ai «coraggiosi» del Pdl perché prendano atto che continuare così vuol dire esporre ogni giorno di più l'Italia al rischio di finire come la Grecia. Nel Pdl però coscienze critiche che osino dichiararsi pubblicamente tali sono assai poche.
«Nel Pdl, e specialmente tra i suoi parlamentari, c'è più preoccupazione, inquietudine e angoscia di quanto non appaia. Molti sanno benissimo che il nostro Paese ha le risorse necessarie per superare questa crisi tremenda e sono convinti che possiamo riuscirci solo mobilitando tutte le energie disponibili. Oggi appaiono frenati da considerazioni umane e politiche, ma prima o poi prevarrà il senso del dovere. L'appello di Casini è dunque ben motivato e, secondo me, troverà sempre più ascolto.
Anche la sinistra, peraltro, sta avendo qualche problema, come dimostrano le fibrillazioni scatenate nel Pd dall'apertura di Bersani a Di Pietro e Vendola
«Quell'apertura di Bersani è anche una chiusura e fa il paio con l'arroccamento dell'asse Berlusconi-Bossi. Di questo passo si va dritti al trionfo del bipolarismo selvaggio e alle elezioni anticipate: e queste sarebbero come benzina sul fuoco della recessione. Ma sommando scontro elettorale e rovina economica i partiti dovranno fare i conti con la collera popolare e chissà con quali altre complicazioni. Spero che ci sia ancora tempo per distendere i nervi, riordinare le idee e rimettere l'Italia davanti a tutto».


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