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Pescara, 12/04/2026
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Data: 26/09/2011
Testata giornalistica: Il Centro
«Non lascio, l'Italia uno Stato di polizia» Berlusconi spinge sulle intercettazioni. Alemanno: primarie anche nel Pdl

ROMA. Resistere, resistere resistere, alla faccia di tutto e di tutti. Confindustria e opposizioni gli chiedono di cedere il passo prima che sia troppo tardi? Dopo qualche giorno che non parlava in pubblico, Berlusconi riapre il capitolo dei messaggi ai fedelissimi e in un collegamento telefonico con una manifestazione nel cuneese torna a ripetere che lui a dimettersi non ci pensa proprio.
«Ogni giorno ci chiedono un passo indietro. Stiano tranquilli perché non possiamo andare dietro alle aspettative dei media e dell'opposizione. Non ci dimetteremo se non dopo un voto di sfiducia in Parlamento che io escludo» taglia corto il premier, che attribuisce a Fini e Casini la responsabilità di aver «bloccato» le riforme. Il governo non corre rischi, la Lega si è allineata, Maroni capisce che non è il momento per tentare la spallata e il Cavaliere prova a rilanciare: «Ci presenteremo alla prossima scadenza elettorale, tra un anno e mezzo, con le carte in regola per vincere».
Il premier, che non parla delle tensioni su Giulio Tremonti né tanto meno dei maldipancia che riguardano un numero sempre maggiore di esponenti di primo piano del Pdl, come Formigoni e Alemanno, accenna alle misure per la crescita da portare al prossimo consiglio dei ministri, alle riforme istituzionali da realizzare entro la fine della legislatura e si lancia con foga contro le opposizioni. «Con la sinistra al governo il credito dell'Italia si inabisserebbe» dice il presidente del consiglio, che promette di realizzare entro la fine della legislatura le riforme annunciate nel lontano 1994 e si lancia a testa bassa contro le intercettazioni, che potrebbero essere blindate con il voto di fiducia. «Dobbiamo tornare ad essere un paese civile ed oggi non lo siamo. Lo stato non tutela più la nostra privacy. Non siamo più liberi e quando chiamiamo qualcuno sentiamo la morsa di uno Stato di Polizia». Nella lunga telefonata, Berlusconi assicura che il governo dimostrerà che «lavora sodo per l'Italia» e che in settimana verranno esaminate le misure per la crescita e lo sviluppo. Misure che questa volta non saranno decise da Tremonti. Il gelo tra il premier e il ministro sembra continuare e il ridimensionamento del ruolo che fino ad oggi ha ricoperto l'inquilino di via XX Settembre avverrà attraverso la parola d'ordine della «collegialità». Una formula molto vaga che nei prossimi giorni si tradurrà nella creazione di una di «cabina di regia» che faccia capo a palazzo Chigi.
Le opposizioni continuano a chiede a Berlusconi di fare un passo indietro ma le voci critiche non arrivano solo dal fronte nemico. Due giorni fa è stato Roberto Formigoni a chiedere al Pdl di «individuare un altro premier». Ieri, a smuovere le acque nel centrodestra ci ha pensato Gianni Alemanno. «Dobbiamo dire con chiarezza: mai più Minetti nei consigli regionali, perché in questo modo offendiamo il Pdl e offendiamo Silvio Berlusconi» spiega il sindaco di Roma, che presenta il suo «manifesto» politico per tornare a vincere (tre i punti cardine: nuova legge elettorale, primarie e congressi), assicura che non vuole creare una corrente nel Pdl e chiede che sia Berlusconi a indicare il suo successore. Alemanno prende le distanze dalla Lega e chiede che siano definitivamente cancellate dal lessico del centrodestra parole come secessione. Per il primo cittadino di Roma, che ammette la «persecuzione» giudiziaria e mediatica cui sarebbe sottoposto il premier, è comunque necessario un cambio di passo: «Abbiamo rispetto per la figura di Silvio Berlusconi. Ma un conto è rispettarlo, un altro conto è cedere al cerchio magico che si è formato attorno ad un leader che, come è naturale, attrae attorno a sé persone diverse, non tutte pronte a prendersi le responsabilità di quello che fanno e anzi a volte pronte a sfruttarlo».

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