Era forse il giorno più importante nel processo per le presunte tangenti per i grandi appalti al Comune di Pescara. La deposizione del consulente del Pm Gennaro Varone sull'appalto più ricco, la riqualificazione delle aree di risulta, per cui sono imputati l'ex sindaco Luciano D'Alfonso, parte del suo staff, ma anche un colosso dell'imprenditoria nazionale come Carlo Toto.
Va detto subito che il risultato è stato al di sotto delle aspettative dell'accusa e che il collegio difensivo ha fatto il suo lavoro su quello che è uno dei punti cardine di tutta la costruzione accusatoria: il rapporto stretto tra D'Alfonso e Toto, che si riflette poi anche sulle precedenti questioni trattate, a partire dai viaggi dell'ex primo cittadino. Il punto forte che l'accusa ha cercato di evidenziare con le sue domande al consulente Paolo La Rovere era la gestione trentennale di quei 4000 posti a parcheggio ricavati nell'ex area ferroviaria, un business da 80 milioni di euro, che secondo l'accusa avrebbero rappresentato il favore che D'Alfonso aveva fatto a Toto per agevolare la concessione dell'appalto. Favore ricambiato, secondo l'accusa, con passaggi aerei a bordo della flotta AirOne e lavori edilizi. Il consulente ha ribadito che il bando aveva più punti in contraddizione su quei posti, che la gara era stata fatta in maniera che potesse interpretarla a suo favore soltanto Toto. Un bando in sostanza non pienamente leggibile da tutti.
Ma è stato il controesame a minare tutta la consulenza La Rovere, su aspetti non certo di secondo piano, ma sostanziali per l'economia processuale. Il picconatore che ha cercato di demolire la consulenza è stato il legale di Toto, l'avvocato Augusto La Morgia, con delle precise domande che hanno indotto il teste a fornire al collegio risposte differente da quello che era il resoconto della sua perizia.
«L'offerta della Toto - chiede La Morgia - era adeguata economicamente e vantaggiosa per l'amministrazione?»; «...al di là dei dati preliminari... 380 milioni i ricavi in 30 anni con 82 milioni per l'impresa...», risponde il teste. «Si, va bene, ma è vero che l'offerta di Toto per l'amministrazione era migliorativa del 57 per cento rispetto al prezzo indicato nel bando?»: «Sì». «Ed è vero che in caso ci fosse stato un maggior utile questo sarebbe stato diviso con l'amministrazione»: «Sì», sempre la risposta del teste. «La gara - chiede il difensore - è stata poi risolta consensualmente tra le parti?»: «Sì, nel luglio del 2008 quando era ancora sindaco D'Alfonso». «E perché?»: «Perché il Comune - risponde La Rovere - si voleva rivolgere a diverse forme di finanziamento pubblico». «Le risulta che intervenne anche una legge regionale che permetteva ai Comuni di gestire i parcheggi?»: «Sì».
Ma già l'avvocato Milia era stato sintetico ed efficace su un punto chiave: «Il bando prevedeva che Toto poteva incamerare solo i corrispettivi di 600 posti auto?»: «Sì», afferma il consulente. Argomento ripreso dall'avvocato Quarta che ha focalizzato l'attenzione sui quei 3400 posti restanti che erano in parte gratuiti, per alcune specifiche categorie professionali, e in parte sarebbero stati pagati in forma ridotta, ad esempio per i residenti che avevano la secondo auto. Per cui, in linea ipotetica, se ci fossero stati 3400 residenti della zona, su un totale di circa 12 mila, con una sola auto, non avrebbero pagato nulla e i parcheggi sarebbero risultati gratuiti.