L'AQUILA Un'analisi profonda, capace di riconoscere che qualche leggerezza c'è stata. La Curia aquilana si è trovata coinvolta nell'inchiesta relativa ai Fondi Giovanardi e i vescovi Molinari e D'Ercole hanno dovuto chiarire la posizione con un editoriale pubblicato sul settimanale diocesano. Nessuna colpa della Curia ma forse superficialità di giudizi. «Semplici come le colombe e prudenti come i serpenti". Con questa espressione del Vangelo, monsignor Giuseppe Molinari ha dichiarato tutta la sua amarezza per la vicenda legata alla "Fondazione Abruzzo Solidarietà Sviluppo". Una posizione che vuole mettere in evidenza anche una sorta di ingenuità che il vescovo avrebbe manifestato nei rapporti con le persone arrestate nell'ambito dell'inchiesta. «Mi sono fidato di quella gente, anche dei miei collaboratori più stretti, pensavo solo di fare qualcosa di buono per la gente, ma da questa esperienza dovremo imparare a stare più attenti». A Molinari si è aggiunto anche il vescovo ausiliario, Giovanni D'Ercole che ha riconosciuto anch'egli l'errore. La linea da seguire dentro la curia è chiara. Attenzione, prudenza, trasparenza. «Linea che poi è quella di tutta la Chiesa. Come non pensare al cardinale Bagnasco che parla di aria pulita per la politica, per il nostro Paese e dunque anche per la Chiesa?». Sicuramente l'inchiesta ha creato preoccupazione dentro la Curia. «Si crea una situazione pericolosa, quando questi scandali prendono il posto dello skandalon primario della Croce e così lo rendono inaccessibile, nascondendo la vera esigenza cristiana», si afferma citando Benedetto XVI. La chiesa aquilana guarda alla città terremotata e cerca quelle iniziative capaci di dare risposte alle necessità dei più deboli, dei tanti volontari. «Anche le opere caritative della Chiesa devono continuamente prestare attenzione all'esigenza di un adeguato distacco dal mondo per evitare che, di fronte ad un crescente allontanamento dalla Chiesa, le loro radici si secchino», afferma la diocesi aquilana, facendo proprie molte parole del Papa. Ma i presuli abruzzesi non si tirano indietro, non si fanno spaventare sul lavoro che va fatto nell'ambito della ricostruzione. «Non esultino, però, i cari amici laicisti che pensano che la Chiesa debba rimanere chiusa nelle chiese e non occuparsi della ricostruzione - affermano -. Innanzitutto perché la diocesi è proprietaria (intendo per proprietario chi custodisce e tutela un bene che appartiene a tutti) di molti immobili del centro storico e poi perché la nostra fede parla di carne, parla di opere, parla di frutti e non può risolversi in un separazione carne-spirito che non appartiene affatto al cristianesimo». La chiesa rimane in prima linea. «Non ci rimane che andare avanti allora - afferma l'arcivescovo - imparando da questa vicenda. Si tratta, dunque, di lavorare per ricostruire, tra le tante cose, anche un rapporto di fiducia con la città». Via le convenzioni, le abitudini; affari e politica presi con le pinze per evitare che interventi importanti, tesi a dare soluzioni alle tante associazioni di volontariato, ad opere caritative messe in piedi per il confronto degli aquilani, si trasformino in un boomerang capace di accomunare gli interventi della chiesa a quelli di chi cerca di fare affari sul terremoto.