NAPOLI - «Il popolo padano non esiste», ed è «grottesco», «fuori della storia», immaginare «uno stato Lombardo-Veneto che competa con India, Brasile, Cina o Russia». Un'idea che è «facile definire ridicola». Eppure bisogna «vigilare»: «Se dalle grida si passasse ad atti preparatori di qualcosa di simile alla secessione, tutto cambierebbe». Persino «quell'accenno di Stato italiano appena nato» nel '44 «non esitò a intervenire» e «pesantemente» di fronte ai moti separatisti «persino armati», arrivando «all'arresto e alla detenzione» di Andrea Finocchiaro Aprile, uno dei suoi leader: è dura la risposta di Giorgio Napolitano alle pulsioni secessioniste di Umberto Bossi. Che da Napoli lancia un altro importante messaggio: nel giorno della consegna di un milione e duecentomila firme a sostegno del referendum, il capo dello Stato giudica «difficile sfuggire» dal riconoscere che serve una legge elettorale che ripristini «il rapporto tra elettore ed eletto».
È dalla facoltà di Giurisprudenza della Federico II che Napolitano segna i confini della libertà d'azione della Lega. Nel sedersi, legge la frase di Cicerone alle sue spalle: «Legum omnes servi sumus ut liberi esse possimus». E «servire le legge per poter essere liberi» vale anche per la Lega. È il professore ed ex senatore Massimo Villone a porre il quesito sulla praticabilità costituzionale del referendum sulla secessione. «Bossi - dice Napolitano - dovrebbe esserle grato per come ha finemente elaborato il suo concetto», quella minaccia «ridotta al minimo dell'elaborazione verbale» e in «grida» non del «popolo padano» che «non esiste» ma di elettori che invocano la sovranità popolare «con scarsa consapevolezza» della Costituzione che la vuole esercitata «nelle forme e nei limiti» della Carta.
«Nella legge non c'è spazio per la via democratica alla secessione. Forse, sentendo qualche internazionalista, si può scoprire una via Onu». Insomma «ridicolo». Persino «grottesco», «fuori dalla realtà» pensare alla competizione tra padania e Grandi del mondo dice Napolitano confessando di interrogarsi sul perché di un ritorno alle origine dopo la «svolta positiva» di proposte come il federalismo fiscale o il superamento del bicameralismo perfetto. Ridicolo ma preoccupante: «Bisogna stare con gli occhi aperti, essere vigilanti» perché se le grida diventassero qualcosa di concreto, lo Stato non potrebbe non reagire. Come fece nel '44, «pesantemente».
Netta anche la presa di posizione sulla legge elettorale. All'attuale sistema Napolitano imputa in gran parte la caduta di fiducia dei cittadini nelle istituzioni: «Oggi non importa fare bene in Parlamento ma mantenere buoni rapporti con chi ti ha nominato» dice ricordando che prima vuoi con il proporzionale («Non voglio idoleggiare un sistema che sappiamo di quante negatività grondasse») vuoi con il maggioritario, quel legame era forte. Va trovato - «Non si sfugge» - un sistema «che ripristini la fiducia» e «la fiducia nasce dalla possibilità di influenzare direttamente la scelta della persona da eleggere».
Parlando della condizione della donna glissa sul tema mercificazione - «tralascio i lati più oscuri» - e invita a «non sottovalutare» conquiste come divorzio, aborto e diritto di famiglia, «irreversibili» come i precetti della Costituzione. Lui la sua parte l'ha fatta nominando una donna alla Corte Costituzionale «pilastro della nostra democrazia». «Sta a voi - dice a Isabella, che lo aveva interrogato - animare un rinnovato movimento» come quello che negli anni '70 le impose. Come «sta a voi - dice a Massimo - cambiare la politica: aprite quelle porte, i partiti hanno un ruolo anche se è legittimo chiedersi se abbiano ancora quella che si chiamava funzione pedagogica o se non ci sia una pedagogia a rovescio. Ma passione e rinnovamento non ci saranno se deciderete di ritrarvi invece di entrarvi».
La rabbia della Lega: nega l'autodeterminazione. Attacchi al Colle dalla radio lumbard: comunista amico di Tito
MILANO - Ai microfoni di Radio Padania ieri all'eurodeputato leghista Francesco Speroni sembrava normale impartire lezioni di geo-politica al capo dello Stato: «Quasi la metà degli Stati dell'Unione Europea ha avuto origini da una secessione, basterebbe guardare un atlante geografico per rendersene conto». Qualche ascoltatore della radio di partito tralascia il merito e si abbandona a una tipica reazione padana: «Napolitano diceva che non esistevano neanche le foibe, cosa volete aspettarvi da uno che era amico di un certo signor Tito?».
Le escandescenze di Speroni e dei militanti radiofonici, tuttavia, sembrano in realtà semplici sparate di chi non ha ancora annusato l'aria che tira visto che, per quanto irritato e infastidito, lo stato maggiore del Carroccio sceglie reazioni meno sguaiate. Reguzzoni, capogruppo alla Camera, si rifugia in un bizantinismo: «Napolitano merita tutto il nostro rispetto, quindi non lo commento specie se non lo condivido». Il suo omologo al Senato, Federico Bricolo, è ancor più diplomatico: «In democrazia ognuno è libero di pensarla come crede, e questo vale anche per chi al nord si riconosce nella Padania».
Parlano - Reguzzoni e Bricolo - come se l'esistenza del popolo padano fosse una questione di opinioni, o di punti di vista. Ed è, il loro, un modo per attenuare gli effetti dello schiaffo assestato dal Colle. Le parole di Napolitano infatti smascherano uno degli artifizi propagandistici branditi dai maggiorenti leghisti: far credere di poter parlare in nome e per conto di una nazione che non esiste e, peggio ancora, ergersi a interpreti unici di una area geografica che nella stragrande maggioranza dei suoi abitanti non li condivide, non li vota, non li segue.
Proprio perché le parole del capo dello Stato vanno a svelare il trucco leghista, il bergamasco Calderoli si inoltra in un uno dei suoi tipici labirinti. Prima dicendo che «da oltre vent'anni la Lega è garanzia di democrazia», ovvero che spesso parla in un modo e agisce in un altro; poi provando a blandire l'uomo del Quirinale elogiando la «sua saggezza»; infine sostenendo che «però finge di dimenticare il diritto universalmente riconosciuto all'autodeterminazione dei popoli». E così si torna al via: di quale popolo si sta parlando?
Domanda che scatena risposte originali. Come il sillogismo del presidente del partito, l'emiliano Alessandri: «Io sono padano, esisto, dunque la Padania esiste». O quello del sindaco di Monza, Mariani: «C'è la pianura padana, c'è il gazzettino padano, dunque...». Per non parlare del criptico responso del sindaco di Caravaggio: «Non conta se esiste la Padania, non ci si può nascondere dietro una carica e non capire quali sono le problematiche. La gente è in confusione e ha ragione a parlare di secessione, di popoli padani, siciliani o calabresi». Boh.
Negli ultimi tempi i rapporti con il Colle si erano deteriorati, ma nessuno nella sede di via Bellerio aveva messo in cantiere parole così dure da parte di Napolitano. Ora tutti si chiedono se Bossi stesso non abbia sottovalutato le conseguenze del suo richiamo alla secessione fatto due domeniche fa all'adunata di Venezia. Era stato, il suo, un modo per evitare di affrontare il nodo di una base sempre più insoddisfatta e insofferente per la politica del governo di cui la Lega è parte integrante.
Adombrare l'ipotesi secessionista, infatti, per Bossi è un tentativo di liberare il governo dalle responsabilità di politiche che egli stesso definisce deludenti per scaricarle su un non ben definito sistema di potere a cui la Lega dice di non appartenere. E' un giochetto che funziona sempre meno, questa volta Napolitano lo ha messo a nudo, e il Carroccio per parare il colpo prova a svicolare come fa il giovane Matteo Salvini: «Il capo dello Stato è un simpatico ex comunista».