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Data: 01/10/2011
Testata giornalistica: Il Messaggero
L'Italia che meritiamo - Caso escort, il vice di Laudati chiederà l'arresto di Lavitola. Con lo stesso atto il premier sarà iscritto nel registro indagati

ROMA - Si chiama Pasquale Drago e detesta le fughe di notizie. Sarà lui a gestire le carte sul caso delle escort di Tarantini che ieri mattina sono planate da Roma sui tavoli della procura di Bari. A designarlo è stato il Pg di Bari, Antonio Pizzi, dopo che il procuratore capo Laudati aveva chiesto di astenersi nei giorni scorsi poiché indagato a Lecce per una presunta attività di rallentamento proprio dell'inchiesta sulle ragazze che Tarantini portava nelle residenze di Silvio Berlusconi a Roma e in Sardegna.
La missione del procuratore aggiunto Drago, a prescindere dal legame di amicizia vero o presunto con il suo capo Laudati, è segnata. Dovrà ottenere un'ordinanza di custodia cautelare per Valter Lavitola entro il prossimo 16 ottobre, quando decadrà il provvedimento di cattura emesso dalla procura di Napoli per il reato (poi modificato) di estorsione ai danni del premier. Secondo alcuni voci di corridoio, Drago potrebbe presentare la richiesta al gip già stamane. Tuttavia chi conosce il magistrato e la sua attenzione per le procedure spiega che con ogni probabilità la nuova richiesta di arresto sarà depositata all'inizio delle prossima settimana. Lunedì, o al più tardi martedì. E contestualmente Drago procederà all'iscrizione nel registro indagati del premier, per lo stesso reato contestato a Lavitola. Vale a dire, l'induzione a rendere false dichiarazioni al pm nei confronti di Gianpaolo Tarantini, che negò che il premier fosse al corrente che le ragazze che partecipavano alle sue feste erano in larga parte escort. Per ora Drago si è limitato a ricordare la sua intransigenza con la stampa, facendo interdire ai cronisti, ieri mattina e per alcune ore, l'accesso ai piani che ospitano la procura a Palazzo di Giustizia.
A suggerire l'ipotesi di reato da applicare è stato il tribunale del Riesame di Napoli, che pochi giorni fa ha rovesciato la contestazione formulata inizialmente dai pm napoletani a Tarantini, di aver estorto denaro a Berlusconi in cambio dei suoi silenzi. Il passaggio di denaro, effettivamente, è stato documentato. E' avvenuto attraverso Valter Lavitola (e questo spiega perché l'ex giornalista si è ritrovato indagato in entrambi gli scenari giudiziari) e ammonterebbe a circa 800mila euro, tra emolumenti mensili e versamenti una tantum. Quei soldi, hanno sentenziato i giudici napoletani, non furono estorti ma servirono a esercitare una pressione psicologica su Tarantini e la moglie tale da convincerli a lasciare il premier fuori da ogni possibile contestazione. Si legge nella sentenza: «La condotta processuale fin dall'origine assunta da Tarantini, volta a tenere il più possibile indenne Berlusconi dai verosimili danni alla sua immagine pubblica derivanti dalla divulgazione dei risvolti più sconvenienti del processo pendente presso l'autorità giudiziaria barese, è stata indotta dalla promessa da parte del premier di farsi carico, dal punto di vista economico in senso lato, della situazione di Tarantini».
Intanto, a Roma, è rimasto aperto il filone sulla presunta estorsione, cioè sull'ipotesi opposta. Ma il paradosso giuridico è spiegato dalla necessità di mantenere in vita il provvedimento di arresto per Lavitola, che fu emesso per quell'accusa e decadrebbe se i pm romani dovessero archiviare la loro tranche di indagine. Che sia quello, l'epilogo di questo troncone di procedimento, appare scontato. Ma non prima che dal gip di Bari sia stato emesso un nuovo ordine di arresto per Lavitola.

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