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Pescara, 12/04/2026
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04/10/2011
Il Centro
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Ruby, il processo al premier non si ferma. Fede, Mora e Minetti rinviati a giudizio. La difesa di Nicole: le ragazze le portava Gianpi |
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Il direttore del Tg4 «Sarò sempre in aula fiducioso nella giustizia» MILANO. La Procura di Milano mette a segno una doppia vittoria nel caso Ruby. Al settimo piano di Palazzo di Giustizia il giudice per l'udienza preliminare Maria Grazia Domanico manda a processo i tre imputati, Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti. Al terzo piano il collegio di donne, presieduto da Giulia Turri, respinge l'istanza di sospensione del processo e l'eccezione di incostituzionalità presentate dai difensori di Silvio Berlusconi e dà la parola alle parti perché elenchino le loro prove: dieci faldoni e alcuni cd per il pm Ilda Boccassini, un tomo da centinaia di pagine per gli avvocati Piero Longo e Niccolò Ghedini che, dopo una polemica sull'accumulo di udienze a carico del Premier, dovranno tornare in aula per discutere dell'ammissibilità delle prove il 22 ottobre. «Il Tribunale è soggetto soltanto alla legge e non può valutare criteri di opportunità, la norma non prevede alcun obbligo di sospendere», hanno sentenziato i giudici fissando la data. Una decisione bollata da Ghedini come «accanimento processuale. C'è una volontà di fare molti processi in questo momento al presidente del Consiglio. Abbiamo udienze praticamente ogni giorno». Domani si ritorna in aula per Mediaset infatti e per questo la difesa Berlusconi avrebbe voluto differire di qualche tempo il fastidioso processo Ruby che «andrà in prescrizione - sibila Ghedini - nel 2025». I due filoni del Rubygate difficilmente saranno riuniti, ma il 21 novembre per Fede, Mora (arrestato per bancarotta nel giugno scorso e da qualche giorno in ospedale dopo un malore), e Minetti ci sarà la prima udienza. Il gup ha quindi accolto interamente la linea dell'accusa rappresentata dai pm Antonio Sangermano e dall'aggiunto Pietro Forno che indicavano nei tre imputati i cerimonieri del "bordello" a favore del presidente del Consiglio. Il giudice ha respinto «a garanzia dei parlamentari» la trascrizione delle intercettazioni tra alcune ragazze e il premier chieste dalla difesa di Fede e ha ammesso anche le dichiarazioni rese da Imane Fadil, la marocchina che in agosto ha raccontato quanto erano poco eleganti le cene di Arcore, e infine ha dato incarico a tre periti di trascrivere, entro sessanta giorni a partire dal 22 ottobre, le altre intercettazioni presenti nel fascicolo. E' stata poi respinta l'eccezione sulla competenza territoriale avanzata dalla difesa del direttore del Tg4. Per nulla sorpreso della decisione Luca Giuliante, legale di Mora, che ammette «ce l'aspettavamo» ma aggiunge: «Ci ha colpito il termine del 21 novembre, piuttosto inusuale per il tribunale di Milano». Riflessione dello stesso tono dal difensore del giornalista, Gaetano Pecorella: «Sono stati battuti due record. Il giudice ha dato ragione solo al pm e ha fissato l'udienza a meno di due mesi. Nessun processo si è mai svolto in tempi così ravvicinati». Pier Maria Corso, difensore della Minetti, si dice pronto al dibattimento e punta il dito contro Gianpi Tarantini, già coinvolto nell'inchiesta escort di Bari. Berlusconi, dice, non aveva bisogno della sua assistita come intermediario per portare le ragazze ad Arcore, aveva già lui. Amaro il commento di Fede: «Lo davo per scontato, non avrei messo in dubbio che il Gup si mettesse contro quella parte della procura di Milano che ha tra i suoi rappresentanti l'erede di Di Pietro, Ilda Bocassini. Ho massima fiducia nella giustizia mi diverte l'idea di confrontarmi con la verità. E sarò in aula tutti i giorni anche quando non ci sarà udienza». Contro di lui, che si è sempre dichiarato estraneo, c'è soprattutto il racconto di Ambra e Chiara che ad Arcore non tornerebbero mai più: «Vogliamo ripulirci l'immagine».
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